Archivi autore: Marina Torossi Tevini

Informazioni su Marina Torossi Tevini

scrittrice e pubblicista

Il fascino di una condizione errante, prefazione di Enzo Santese a Rotte d’Europa

L’adagio oraziano “Caelum non animum mutant qui trans mare currunt” (Epistole I, 11, v. 27) sembra contraddetto dalla prassi di Marina Torossi Tevini, spinta da una spiccata curiosità intellettuale a percorrere le lunghe distanze da un capo all’altro del continente europeo con la disponibilità ad accogliere le diversità di umore e le differenze di realtà umana, sociale, storica, di tradizioni e di costume con la prontezza di chi adatta il registro critico e affina la profondità dello sguardo nella consuetudine al nuovo.
Il viaggio diventa una condizione dinamica dello spirito che, oltre al desiderio d’incrementare le conoscenze e sondare l’inedito, impegna la capacità di vedere, lo scatto analitico, la dote di comprensione dei movimenti, delle realtà, delle prospettive di un determinato luogo. Quando si arriva a una certa latitudine del nostro sogno di novità, scattano molteplici varianti a farci registrare nella memoria quanto ci è stato offerto; Marina Torossi Tevini sa bene che andare significa essere pronti a stupirsi per quanto arte, natura, umanità, hanno prodotto in un paese o semplicemente in una contrada del mondo. “Rotte d’Europa” si presenta come un reticolo di suggestioni assunte in molteplici viaggi (anche reiterati nella medesima località a distanza di mesi o anni) che diventano autentiche occasioni di dibattito e confronto a due – con il consorte, compagno di viaggio reale, oppure con il lettore, compagno virtuale – su problematiche che vari spunti e sollecitazioni innescano in itinere. E un modo per neutralizzare il tempo è quello di impegnarlo con le partenze susseguenti; conoscere un luogo non significa di per sé possederlo per sempre, è per questo che l’autrice, quando torna a rivederlo, ama soffermarsi sull’indicazione dei caratteri persistenti già registrati e sulle differenze emerse in seguito.
L’opera rivela un gusto particolare per la nota di colore che si fa sostanza di pensiero prodotta dai suggerimenti delle cose, delle situazioni, delle persone incontrate. Non è un libro di mete turistiche, ma una sequenza cangiante di riflessioni nate in un quadro fitto di spostamenti da una parte all’altra d’Europa. È una potente scossa anche per lettore più stanziale e sedentario, un invito a un’immersione dentro realtà per lo più avulse dai depliants patinati delle agenzie turistiche. La riflessione che sembra nascere dalla casualità delle sollecitazioni visive provenienti dalle più disparate realtà (dalla penisola iberica ai paesi baltici, dal Centroeuropa alle nazioni mediterranee, dalla Francia alla Germania) è invece strettamente connessa a un impianto di pensiero, che consente una ricognizione analitica di volta in volta incentrata sul piano storico, culturale, artistico e politico.
Lo stile limpido e chiaro si presta come duttile strumento di espressione d’umori, quelli stessi provati a contatto con le realtà considerate; talora la prosa si accende di seduzioni descrittive che invitano a un’avventura di viaggio il lettore stesso, con il quale idealmente colloquia per esprimergli pure i sensi di un disagio rispetto allo scollamento della società, alle condizioni di un’azione educativa inefficace della scuola, a un’inerzia conseguente della gioventù irretita dai miti del contemporaneo. E la scrittura si tende in un’analisi impietosa di fronte alla necessità di proporre sempre un raffronto tra un aspetto della situazione italiana e uno della realtà straniera, con le sue cento sfumature.
In queste peregrinazioni per le lande europee Marina Torossi non insegue solo il bello, ma inquadra il vero illuminando aspetti di forte contrasto e di marcata inquietudine. E allora l’obiettivo della scrittrice si ferma a inquadrare le contraddizioni come – per esempio – quelle tra il sud spagnolo e la “profonda Africa”, espresse nelle forme, nelle presenze e nelle atmosfere. La tristezza la attanaglia quando vede “stuoli di extracomunitari, che vivono nel più completo degrado, lavorano per una dozzina di ore al giorno per miseri 30 euro a temperature inumane.” Come dire che la condizione misera dell’immigrazione ha le medesime caratteristiche sotto latitudini diverse.
La prosa si articola in passi narrativi che improvvisamente si alternano con approfondimenti nella complessità di un pensiero che si nutre di risonanze letterarie, culturali e storiche molto variegate.
L’esortazione di Charles Baudelaire ai viaggiatori (nella poesia “Il viaggio”): “Vogliamo navigare senza vapore e senza vele!/Per distrarci dal tedio delle nostre prigioni,/ fate scorrere sui nostri spiriti, tesi come tele,/ i vostri ricordi incorniciati d´orizzonti” sembra avere anche in “Rotte d’Europa” una serie accattivante di risposte, dove Marina Torossi Tevini – pur consapevole delle gravi problematiche del mondo contemporaneo – sa esprimere il tratto di una fiducia sostanziale nelle magnifiche sorti e progressive dell’uomo e dei viaggi, progettati e realizzati con disponibilità piena a uno sguardo orizzontale nel presente e a una ricognizione verticale nelle matrici generanti delle realtà considerate.

Enzo Santese

Intervista a Marina Silvestri: la maternità in 22 tarocchi

Silvestri-notteLa velocità di comunicazione e il vasto accesso alla cultura e all’informazione non creano di per sé un mondo di luce quando manchi il valore fondamentale dato dal passaggio di testimone da una generazione all’altra che veicola saggezza e valori condivisi, è questa la riflessione su cui si incentra “La notte si avvicina”, la recente raccolta di poesie di Marina Silvestri. Continua a leggere

Montale e il mondo classico

eugenio_montaleRiguardo a Montale si è detto di tutto e di più. Si sono susseguiti congressi, tavole rotonde, mostre. Sono stati scoperti risvolti inediti, sono state ridette idee scontate. Ci si è spinti un po’ a lato della grande produzione poetica, allungando gli occhi anche sulle prose di “Farfalla di Dinard” e sull’enorme mole della sua pubblicistica. Aggiungere qualche cosa a tutto ciò sarebbe presuntuoso. Eppure mi è rimasta una piccola insoddisfazione, l’idea che le proporzioni talvolta non vengono rispettate. Quando si parla di rapporti tra la grande poesia italiana del Novecento e il mondo classico il nostro pensiero corre subito a Quasimodo, ai suoi miti di “Acque e terre”, alle sue traduzioni dei lirici greci. Nulla di analogo per Montale. Continua a leggere

Rotte d’Europa

Rotte d'Europa copertina

“Venti racconti per descrivere l’Europa dei nostri giorni, un’Europa che viaggia a due velocità, con profonde e laceranti differenze nelle sue regioni. Racconti di viaggio e non solo perché lo sguardo si allarga alla società, alla cultura, ai modi di vita che hanno caratterizzato questa parte del mondo negli ultimi decenni.”

Prefazione di Enzo Santese: Il fascino di una condizione errante

Alcuni brani

Provenza e Catalogna
Bretagna
Nord – Sud Europa: note di viaggio
Baltico: il regno della luce e del buio

Recensioni

Enzo Santese: Marina Torossi, il viaggio come ordine dello spirito
Il Piccolo Redazione Cultura: Venti racconti per decifrare l’ Europa
Marina Silvestri: Rotte d’Europa
Giovanna Mozzillo: Rotte d’Europa
Marina Monego: Rotte d’Europa

Presentazioni

Circolo Aziendale Generali: Enzo Santese e Marina Silvestri
Libreria Minerva: Gabriella Musetti e Roberto Dedenaro
Libreria In der Tat: Lina Morselli ed Enzo Santese
Libreria Luglio Galleria Rossoni Trieste: Irene Visintini
Poesia e Solidarietà, Storico Caffè S. Marco Trieste: Gabriella Valera
FIDAPA Storica TRIESTE, Caffè Tommaseo: Paola Sbisà

Tra Oriente e Occidente. Intervista a Marina Torossi di Nuria Kanzian

 DSC_0198Come dice Alvin Toffler, autore di “Lo choch del futuro” (1970) e “La guerra disarmata” (1994), il potere mondiale è diviso in tre ampie sezioni: paesi agricoli, paesi dell’industria pesante e paesi dell’economia dell’informazione. Tra Oriente e Occidente ci sono anche delle aree “divergenti”, che non seguono le linee guida della società dei prosumer (produttori-consumatori allo stesso tempo) resi schiavi dal mercato. Continua a leggere

Il cane con le ruotine

cieloMocassini bianchi. Nuovi. Comodissimi. Lo constato con soddisfazione sul ciottolato di Asolo. Per il resto un paesaggio quasi toscano, con cipressi e altri sempreverdi, frammisti a qualche vigna. Paesaggio collinare, con casali e castelletti. Gusto retró e odore di cose antiche. Densità umana. Continua a leggere

Viaggio in Campania (Positano e Amalfi)

fioriLa Campania è una regione bellissima, ma interessante è anche fare esperienza del carattere dei suoi abitanti che di solito sono confusionari e, se possono, cercano di imbrogliare; però, devo ammetterlo, lo fanno con un certo stile. Il traffico ha un che di tragicamente buffo: mentre le macchinine si rincorrono disordinatamente, rischiando a ogni curva dei frontali, ci sono anche quelli che trascinano tranquillamente cavalli o asini oppure portano in fatiscenti carrozze turisti d’oltralpe. Continua a leggere

Viaggio in Campania (Ercolano e Pompei)

ginestreSembra un quadro del Settecento Sorrento, con gli alberi abbarbicati al tufo, gli alberghi e le ville che sorgono sulla barriera massiccia di pietra che si leva dal mare. Ma le orde di turisti che si riversano dai pullman e prendono d’assalto motonavi e aliscafi per Capri ci rituffano nel presente. Anche noi saliamo e ci mettiamo a sedere di fronte a due inglesi che parlano fitto. Continua a leggere

Il Baltico: regno della luce e del buio

Il Baltico è un mondo a sé, nei lunghi inverni nella morsa del gelo e avviluppato nel buio, durante l’estate splendente e luminoso, pieno di riflessi dovuti alla luce radente, con città magnifiche come Stoccolma e San Pietroburgo o emergenti come Riga e Tallinn. Ce lo godiamo via mare attraversando la miriade di isole situate nel fiordo che conduce al centro della città di Stoccolma. Continua a leggere

Lo schiavo

fico d'indiaNon era molto convinto che fosse una grande idea, ma sua moglie insisteva. Ce l’avevano tutte le sue amiche, insomma, in un momento di intimità gli aveva strappato una promessa che ora si sentiva in dovere di mantenere.
Lo sceglierò io però, aveva detto, almeno voleva essere sicuro di lasciare sua moglie in buone mani. Aveva preso qualche giorno di ferie. E si era messo alla ricerca. Continua a leggere

Amore e paradossi

pesci AntibesALESSANDRO: – Forse ci potremmo sposare, Manuela?
MANUELA: – Non credo, Alessandro.
ALESSANDRO: – Allora vivere assieme?
MANUELA: – Non ci penso neppure!
ALESSANDRO: – E perché?
MANUELA: – Non lo so, non me lo so spiegare, ma qualcosa dentro mi dice di no.
ALESSANDRO: – Falla tacere! Continua a leggere

IL vecchio e il clone

43_DSCN1621 copiaLuce grigia. Per mesi. Uno strano danzare di ombre sul Sognefjord. La notte d’inverno.
E che altro, in quel poco di luce, se non cercare il caldo di qualche amico, il tepore di un luogo chiuso, l’illusione che la parola può creare? Che altro? Da quel luogo senza luce la natura è ostile e lontana. Meglio stringersi assieme, meglio scaldare le mani con qualcosa di forte, meglio scaldare la mente con insani pensieri. Continua a leggere

La sfinge del Montasio (2)

Sfinge MontasioLa fune aveva ripreso a scorrere verso l’alto. Altri colpi di martello echeggiarono sulla parete, altra delusione. Il ferro penetrando nella fessura non vibrava ancora rassicurante. Anche quel chiodo, da un momento all’altro, poteva abbandonare la roccia in cui era penetrato e segnare la fine della loro avventura.
Era il tempo in cui molti giovani affrontavano i rischi dell’arrampicata ricchi soltanto della loro passione appena sbocciata, anche se poveri d’esperienza e di mezzi. Continua a leggere

La sfinge del Montasio di Lino Torossi

camp Valbruna orizEra una calda giornata di fine giugno dell’anno 1930, ma la roccia in quel tratto di parete sembrava gelida come d’inverno. Paolo Valle guardava verso l’alto con apprensione. Da dieci minuti o forse più, il suo compagno, dopo aver superato lo strapiombo, sembrava scomparso nel nulla. Un tempo troppo lungo in quel silenzio; la fune continuava a penzolare inerte. Il rocciatore, sempre immobile su di un’esigua cengetta, ebbe un brivido e l’impressione di essere lassù, solo, abbarbicato sull’ignoto. Continua a leggere

Due poesie di Giorgio Maimone

barcaE dopo una meta c’è un’altra meta ancora
E dopo una svolta, un’altra svolta avviene
Di svolta in volta, di meta in meta nuova
si avanza in modo non sempre rettilineo.
Di volta in svolta, di passo in passo
Si avanza, avanziamo, in frigo residuiamo. Continua a leggere

Le lumache

scultura ValbrunaChissà se poteva uscire dalla stanza. Si guardò intorno. Nel corridoio niente fili di bava. Le lumache non erano ancora passate. In fretta si vestì ed uscì dalla sua stanza. Ma subito, arrivato a metà corridoio, cominciò ad invischiarsi, a scivolare, a retrocedere. Anche là avevano chiuso il passaggio. Tornò sui suoi passi con rabbia. Continua a leggere

In Patagonia (3)

catastaIl giorno seguente prendono l’aereo per Ushuaia. La montagna sul mare. Ghiacciai, castori, foche e pinguini. Un mondo vastissimo. Incontaminato. Il pensiero della natura e della sua potenza domina la mente di Francesca. Tutti dovrebbero venire una volta o l’altra in Patagonia, pensa, tutti dovrebbero vedere almeno una volta nella vita i geyser dell’Irlanda o un vulcano in eruzione. Perderebbero un po’ della loro presunzione. Continua a leggere

In Patagonia (2)

retiAl ritorno si prende l’aereo per Bahia Blanca e poi da lì si prosegue verso Sud. Il viaggio non è faticoso. I bus che percorrono le vaste distese della Patagonia sono comodi, quando si prenota il posto si può persino scegliere tra una cama o una semicama e stendersi a dormire durante i lunghi percorsi. Anche le strade un tempo sterrate sono in buono stato. Continua a leggere

In Patagonia

verso il poloL’aereo atterra a Punta Arenas. Una lunga frenata che sembra non voler mai finire. Francesca guarda l’ora. Quasi in orario. Scende e raggiunge i compagni di lavoro. La base è situata in un albergo arroccato sul mare. Spalanca la finestra. Il vento soffia forte. Decide di scendere al mare. Una sciarpa attorno al collo. I corti capelli che si dividono in righe sottili sotto la sferza del vento. In faccia schizzi d’acqua gelata. Continua a leggere

I nostri antenati, gamberetti flambé e madame Le Pen

Bordeaux

Camminare sul lungomare di Nizza è uno spettacolo di buona integrazione razziale, famiglie multietniche, ragazze bianche con figli di colore o il fidanzato dai capelli crespi e dagli occhi nerissimi, famiglie arabe con donne anziane a seguito, di solito di notevoli dimensioni, con bambini festanti e uomini che si raggruppano tra di loro. Facciamo la nostra solita passeggiata serale in zona mentre progettiamo la partenza per la prossima tappa, Narbonne. Continua a leggere

L’ermafrodito

riflessi

«Le piace ?» Era una domanda superflua perché Sandro se ne stava già da mezz’ora a contemplare il blu profondo di quel quadro, concentrico intorno a un vuoto infinito che dava le vertigini.
Riemerse con difficoltà e si voltò verso le parole alle sue spalle. Vide una bocca un po’ troppo truccata che oscillava sopra lunghe file di collane. Tacchi alti e lunghi capelli neri, un’iperfemminilità esibita che in un’altra persona gli avrebbe dato certamente fastidio. Ma stranamente non la trovò sgradevole. Continua a leggere

Un tempo avevamo la coda

irisAnna guarda e riguarda la planimetria che l’agenzia immobiliare le ha dato e si perde a sognare i particolari. Quella casa, quella casa in campagna è la casa che ha sempre desiderato. Anche gli altri saranno entusiasti, ne è sicura. Arriva a casa trafelata e travolge la famiglia con una raffica di parole. Verde, fresco d’estate, profumo di campagna. Cosa ci può essere di meglio! Un giardino, un barbecue, un’altalena per Giulio e una cuccia per Pippo.
Danno la caparra e impazienti si mettono ad aspettare il momento in cui si trasferiranno nella nuova casa. Continua a leggere

La favola dei porcospini feriti

riccioSchopenhauer in una delle sue migliori metafore scrisse: “Il porcospino, in inverno, ha freddo. Per riscaldarsi si avvicina ad altri porcospini, in modo che avvicinandosi ci si possa tenere caldi a vicenda. Ma nell’istante stesso in cui due o più porcospini si avvicinano, corrono il rischio di ferirsi a vicenda con i loro aculei; e la maggior parte delle volte così succede. Feriti, i porcospini si allontanano di nuovo, ma dopo poco il freddo li spinge di nuovo a riavvicinarsi per scaldarsi, pur rischiando di farsi male. Il porcospino odia il freddo…”
Come fanno l’amore i porcospini? Con grande prudenza. Niente di più giusto. E noi Dio solo sa se non siamo stati prudenti. Continua a leggere

Marguerite ad Avignone

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-Bisogna fare come fanno gli uomini: sapere cosa si vuole e perseguirlo. Io non mi occupo di tuo padre a tempo pieno. Scrivo, quando ho tempo stiamo assieme, ma posso restare anche per intere giornate sprofondata nel mio mondo.
Erano parole di Emmanuelle. Marguerite la osservò ed esclamò meravigliata: – Sembrate così felici, tu e mio padre! Qualche volta vi invidio. Continua a leggere

Mammetta

cortecciaALICE: – Come sta tua madre?
SILVIA: – Bene! S’è ripresa del tutto.
ALICE: – L’ha vista il dottore?
SILVIA: – No, ma ha ricominciato a brontolare alla grande, ha criticato i nuovi acquisti, ha licenziato l’infermiera che le avevo mandato, si è arrabbiata con il negoziante che le porta la spesa, e ha giurato che il radicchietto come lo trova lei al mercato, nessuno…
ALICE: – Sembra in forze. Sono contenta. Continua a leggere

Ecosistema fragile il maschio

St-Paul-de Vence

Ecosistema fragile il maschio, pensò Monique. Marcel, davanti a lei, beveva il caffelatte. Faccia slavata. Labbra smorte. Risveglio opaco sulla collina di Vence. Eh sì, quella notte lei aveva sferrato un non piccolo attacco al suo orgoglio di maschio. Gli aveva spiegato che da un po’ i loro ritmi non si accordavano affatto, gli aveva illustrato particolari che sarebbe stato gentile tacere e aveva aggiunto, per colmare la misura, che la collina sopra Vence, dove vivevano da oltre diciassette anni, non era il luogo più bello del mondo. Il marito l’aveva guardata con aria meravigliatodolente, imburrando con violenza un pezzo di pane. Continua a leggere

L’obbligazione paoletto

SIGNORA: – Buongiorno!
IMPIEGATO DI BANCA: – Buongiorno signora, mi dica.
SIGNORA: – Vorrei un consiglio… Lei conosce, caro Bianchi, il mio profilo di rischio… medio-basso direi… Ho letto di un nuovo prodotto il paoletto… Che ne pensa?
IMPIEGATO DI BANCA: – Il paoletto è…
SIGNORA: – Le dico subito che in questo momento non mi sembrerebbe il caso di incrementare l’azionario… già mi ritrovo con quelle telecomunicazioni comperate un attimo prima che scendessero… per fortuna i farmaceutici li ho venduti… insomma ora come ora non alzerei nel mio portafoglio il profilo di rischio… Il paoletto è un’azione? Continua a leggere

Pausa pranzo

pausa pranzo montagna

ALICE: – Dove andiamo a mangiare, Silvia?
SILVIA: – Mangiare? Sono a dieta!
ALICE: – Da quando?
SILVIA: – Da oggi! Solo un’insalatona scondita e un beverone ipocalorico per tirar fino a sera.
ALICE: – È lunedì. Week end gastronomico? Ma non eravate andati a sciare? Continua a leggere

Provenza e Catalogna

Nizza

Questa primavera, anche se la nostra meta è la Catalogna, inseriamo delle soste in zone che abbiamo ampiamente frequentato negli anni precedenti in Francia: e così la Provenza con i paesini arroccati di Cagnes, Saint Paul de Vence, Biot, sempre gradevoli in questa stagione, la Costa Azzurra e l’amata Antibes con le sue mura sul mare e i profumi delle piante grasse fiorite, Nizza con l’infinita Promenade des Anglais e la città vecchia piena di mercatini regalano ai nostri occhi emozioni non troppo nuove ma sempre gradite. Continua a leggere

Bretagna

Le Mont S. Michel

Viaggio in Bretagna quest’anno, per goderci l’Oceano che è sempre per me una grande emozione e per vivere un po’ in Francia. “L’Italia ha un gap notevole con Francia Germania e Gran Bretagna quanto a ferrovie” pensiamo mentre affrontiamo con erculeo sforzo la salita su un Frecciabianca munito di gradini enormi dove dobbiamo caricare i nostri bagagli. I Tgv francesi sono migliori ma meglio ancora sono indubbiamente i treni a livello su cui si può trascinare senza sforzo i trolley. Continua a leggere

L’Occidente e parole

copertina L'Occidente e le parole

“Trieste, non più città di confine, rimane pur sempre in qualche modo una città confinata, una città precaria, una città sull’orlo dell’abisso. Lo si avverte, questo senso di precarietà, ad ogni passo, ad ogni svoltare d’angolo. È un’angoscia ma anche una pace, un mix strano di malessere e di allegria che nessun’altra città produce. Trieste è un paradigma. Un’allegoria dello scivolare dell’Occidente, una metafora del nostro declino. Per questo Trieste mi piace”. Trieste simbolo del nostro declinante Occidente, Trieste, anima del racconto “Un inverno a Trieste” che, assieme a “Il tempo delle piogge” e “Una donna senza qualità” coniugano la riflessione sui mali della scuola e sulla difficoltà dei rapporti tra generazioni diverse a un’analisi sulla crisi della società contemporanea. In altri racconti (“La mattanza”, “Un killer vicino di casa”, “Week-end in monastero”) prevale il tema della violenza tra i sessi che nella società occidentale paradossalmente coesiste accanto a un fondamentalmente ridisegnato accordo tra i generi. Chiudono la raccolta il tono più disteso di “Ulisse terzo millennio” – che ridisegna in chiave moderna il mito di Ulisse – e il racconto surreale “Il quadro”

PREMIO CONTEMPORANEA D’AUTORE 2013 – Alexandria Scriptori Festival

Alcuni racconti

Ulisse terzo millennio (viadellebelledonne.wordpress.com)
La mattanza (viadellebelledonne.wordpress.com)
Panne (viadellebelledonne.wordpress.com)

Recensioni

Chiara Mattioni: L’occidente sul baratro degli anni zero
Giovanna Mozzillo:L’Occidente e le parole
Marina Silvestri: Il punto di non ritorno
Marina Monego: L’Occidente e le parole
Irene Visintini: L’Occidente e le parole
Nuria Kanzian: Scrivere tra Oriente e Occidente

Presentazioni

Libreria Minerva: Gabriella Musetti, Edda Serra
FIDAPA: Roberto Dedenaro, Irene Visintini
Club lettura Cividale: Giuseppe Raffaelli
Circolo Aziendale Generali: Enzo Santese, Marina Silvestri
Pen croato: Iva Grgić Maroević

Nord – Sud Europa: note di viaggio

Lisbona praca do comercio

Lisbona: seduti a un caffè davanti al selciato bianco e nero della città mi viene da pensare a una partita a scacchi tra i paesi d’Europa.
La giornata ha qualcosa di malinconico – come malinconica è sempre Lisbona in questo suo protendersi sull’Oceano in questo suo volgersi a un passato di grandezza che ora non esiste più, in questo suo isolamento, – circondata dal mare ma collegata al resto del continente – in questo suo morbido adagiarsi lungo le rive del Tago attraversato da avveniristici ponti, mentre il fado riecheggia nei locali e risuonano le parole di Tabucchi che a Lisbona muore. Continua a leggere

Rivedere Amsterdam

Amsterdam canale bici

Siamo ad Amsterdam e passeggiamo lungo i canali, facendo attenzione alle biciclette che in questa città sono più pericolose delle automobili. Passano velocissime per il loro tracciato che si intreccia con quello dei pedoni, scampanellano e fanno rifili da brivido. D’altronde con i loro percorsi (centinaia di kilometri di piste ciclabili) contribuiscono a rendere più ecologica una città che da decenni è all’avanguardia in questo senso e riesce a conciliare buon vivere e rispetto dell’ambiente. Continua a leggere

Da: Socrate e le donne

(pp. 9-11)

Parte prima
Meno Uno

Alessandro: – Perché quando ci avviciniamo troppo, poi scappi?
Alice: – Perché ho paura di perderti.
Alessandro: – Non capisco la tua logica.
Alice: – Non è questione di logica. Non riesco a non agire così.
Alessandro: – Io sono meno complicato, Alice.
Alice: – Semplificato come tutti i maschietti.
Alessandro: – Non riusciamo a capirci, ho la sensazione che ti perderò di nuovo.
Alice: – Non è detto. Dipende da te.
Alessandro: – Che cosa dovrei fare?
Alice: – Se te lo dicessi non avrebbe valore. Sei tu che devi capire.

Hai detto: – Dobbiamo fare qualcosa. – Ma che cosa? Potremmo raccogliere fiori blu o camminare in un deserto, succhiarci il cuore o inumidirci le dita, costruire un cielo o sprofondare nella poltrona. – Dobbiamo fare qualcosa. – Ma che cosa? Potremmo invertire il corso delle stelle o ripetere una parte scontata, potremmo cavalcare le nuvole o ammuffire in un giorno di sole, potremmo ascoltare i grilli o sprofondare in una squallida dissonanza. – Dobbiamo fare qualcosa. – Qualcosa. Ma vorrei che gli occhi fossero di cristallo, che la pelle si lasciasse penetrare, che il mento ti tremasse un po’. – Dobbiamo fare qualcosa. – Proporrei di inventare la notte, di far tramontare il sole a mezzogiorno, di non sciacquarci la bocca con false promesse, di avvicinarci di sbieco e di scalarci fino in fondo, di raccogliere alghe e distillare succhi dal bosco, di frullare le stelle e di metterle nel freezer per l’inverno. Ascolta, le zagare profumano di più in un giorno di pioggia.

Uno

Mentre Alice passeggiava dalle parti dell’Acropoli, le si avvicinò un cane. Era fulvo, con due grandi orecchie e una coda arcuata che continuava ad agitare festosamente. Lei gli regalò qualche carezza sul muso affusolato e pensò che, se avesse voluto prendere un cane, quello sarebbe stato il suo cane. L’animale prese a camminarle a fianco. Il suo muso giallino le faceva strada per la via che saliva dal Dipilon al Partenone. Assieme passarono per l’Odos Apostolou Pavlou, tra la Pnice e l’Areopago, e poi ancora zigzagando ritornarono verso il teatro di Dioniso nel lato meridionale dell’Acropoli.
Non erano ancora le nove, ma faceva già caldo. Il cane si fermò per una sosta all’ombra e Alice sedette su un muretto. – Ti piace quest’Atene piena di traffico e di turisti, quest’Atene di souvenir e di copie, di cartoline e di falsi? gli domandò. Era chiaro che la conversazione non avrebbe dato molti frutti. L’animale si allontanò e mentre lei lo seguiva con lo sguardo si diresse verso i resti di un tempietto della zona dell’Agorà. Ben presto ricomparve in compagnia di altri due. Alice tirò un sospiro di sollievo. Temeva di averlo perso. Ripresero a vagabondare tra l’Agorà e il teatro. In fondo si ergeva l’Acropoli. La massa di pietra contornata dal verde sorgeva netta come un grosso molare e il tempietto di Athena Nike si delineava nitido. Il suo cane stava in mezzo agli altri due. Quando riprese la strada tutti tre la seguirono. Alice pensò che avevano fame. Entrò da un macellaio e comprò una buona razione di carne per tutti. Poi ritornò verso la casa di Irakis.

(omissis)

(pp. 24 – 27)

Sei

Il cane Sirmio (così l’aveva battezzato) la accompagnava ogni mattina mentre gironzolava per il Ceramicos, il quartiere dove abili artigiani un tempo creavano vasi e anfore in stile geometrico, splendidi con le loro figure nere e rosse. Passando lungo le vestigia delle grandi mura fatte costruire da Temistocle aveva osservato che nella zona archeologica c’era una vera e propria colonia di cani e s’era presa l’impegno di rifocillarli ogni mattina. Poi proseguiva col suo. Si fermavano a rinfrescarsi sotto un albero e Alice si metteva a leggergli qualcosa. – Senti che cosa racconta Platone!i gli diceva e apriva il mio librino. – Ogni azione non è di per sé né bella né brutta, dipende dal modo in cui viene compiuta, dallo scopo che ci si prefigge. Lo stesso vale per l’amore: non ogni amore è bello, ma solo quello che ci spinge ad amare in modo bello. Il cane guardava il suo piede e seguiva le ombre sul selciato. Alice continuava a leggereii: – L’amore che si accompagna ad Afrodite volgare è volgare e agisce come capita. Questo è l’eros proprio degli uomini che valgono poco. Innanzi tutto questi amano donne non meno che giovanetti. E poi amano i corpi più che le loro anime. E per giunta amano le persone che sono prive più possibile di intelligenza, mirando solamente a fare ciò di cui hanno voglia e non preoccupandosi affatto se agiscono in modo bello o no. Perciò avviene che agiscano come capita senza discriminare il bene dal male.
Alice carezzò il muso spennacchiato che la guardava e continuò a parlare: – Per l’uomo greco il concetto di bello si unisce a quello di bene: è il caloncagazon, il bello e buono. Il concetto di bello non ha un valore solo estetico, ma anche etico. Nella nostra società manca questo concetto. Anzi, potremmo paradossalmente affermare che va di moda compiacersi del brutto e del cattivo.
Gli aveva parlato con molta convinzione e il cane si alzò sulle zampe posteriori. Alice sorrise e gli passò una mano sul dorso: – Vedi, Sirmio, quando si scrive una storia ambientata nel mondo classico, la difficoltà maggiore è costituita dalla diversa mentalità. Per i greci l’amore con la A maiuscola è quello tra maschi. Il maschio è considerato più intelligente, più coraggioso, depositario di tutte le virtù spirituali; la donna invece è mera materialità. Quindi l’amore verso la donna è considerato di natura inferiore. I migliori amanti sono quelli che amano i maschi, amando per natura ciò che è più forte e più intelligente, dice Platoneiii.
Il cane non aveva una particolare opinione sull’argomento, ma forse s’era fatto per caso qualche maschietto. Scodinzolò a sproposito. – Noi avremmo qualche riserva da fare, – proseguì Alice, – ma, a parte il deciso maschilismo, da maschietti che hanno il potere e se lo godono, ho sempre pensato che il mondo greco avesse una visione giusta dell’amore. L’amore come piacere, l’amore come conoscenza. Poi sono venuti tempi peggiori; tempi in cui l’amore è stato considerato un dovere, oppure uno sport da praticare. Platone dicevaiv: I migliori non si innamorano di ragazzi se non quando cominciano ad avere intelligenza e questo si accompagna al momento in cui cominciano a mettere la barba. Si chiese a quanti anni crescesse la barba. Verso i quindici anni, più o meno. Certo per noi un quindicenne sarebbe considerato minorenne, quindi non un soggetto erotico. Noi condanneremmo ampiamente un rapporto di questo tipo. Era interessante però considerare che i greci si preoccupavano che il ragazzo “cominciasse ad avere intelligenza”: nel mondo antico dunque l’accento era posto anche sulla dimensione spirituale, un rapporto era valido se si realizzava tra persone pensanti, e veniva concepito persino come un rapporto di educazione, cosa che a noi potrebbe sembrare decisamente strano. Riprese a leggerev: Quando l’amante e il ragazzo amato mirano alla stessa cosa, il primo a servire il giovane che gli ha corrisposto l’amore e l’altro a prestare assistenza a chi lo rende sapiente e buono… Il cane le sbadigliò in faccia. Alice concluse carezzandolo: – Lontanissimo dal nostro modo di pensare, non trovi, Sirmio? Mescolare sesso e sapienza, educazione e sessualità. L’idea che i ragazzi nell’età della pubertà abbiano un amico più vecchio che funga non solo da educatore, ma anche da amante oggi ci lascia perplessi, ma a quel tempo era così… Il cane mostrava evidenti segni di irrequietezza. Ripresero a passeggiare. Fiancheggiarono sulla destra l’Agorà romana con la struttura a botteghe e magazzini e una vasta piazza delimitata da una doppia fila di colonne ioniche. Era il centro dei commerci nel tempo in cui Atene era divenuta romana. Poi scesero per Odos Adrianou e attraversarono la Plaka tra ristorantini e negozi di souvenir scegliendo le stradine meno affollate e i vicoli a scalinata. Atene era stata sotto la dominazione turca per quattrocento anni e lo dimostrava: negli edifici, in una certa incuria che serpeggiava dappertutto, nella clientelare burocrazia. Sirmio la seguiva, non troppo persuaso, nelle strade trafficate; lui preferiva svicolare tra i mozziconi di colonne e gli alberi, scegliendo le zone meno affollate dell’Atene antica.

(omissis)

Parte quarta
Uno

(omissis)

(pp. 76 – 78)

– Sai come sono gli uomini, sentono qualcosa, lo ripetono, si convincono delle loro stesse parole. La fama cresce. Non ha importanza se è lontana mille miglia dalla verità. Insomma temo che le idee di Aristofane circolino un po’ troppo a briglia sciolta ad Atene. Mi ha messo alla berlina con troppa intelligenza quel mascalzone.
Mirò gli carezzò i lunghi capelli. – Ti avevo avvertito. È pericoloso lasciare che la fama cresca senza metterle un freno. Bisogna vigilare. Contano anche le apparenze, non solo la sostanza. Tu ami la verità, lo so, ma gli uomini non vedono la verità. Vedono solo ombre.
– Mirò cara, non ricordarmi quella che è la tragedia dell’uomo. Sono già abbastanza di cattivo umore. Hai sentito ieri sera i nostri discorsi?
– Qualcosa. Ma vuoi che ti dica sinceramente quello che penso? Potevi evitare di tirarla tanto per le lunghe e mettere Aristofane alle strette con le tue argomentazioni. Sai che lui non è un uomo di spirito.
– Cosa avrei dovuto fare? Starmene zitto? Lui può crocifiggere chi vuole con le sue battute e invece io dovrei tacere? Sai di cosa discutevamo?
– Di letteratura, m’è sembrato.
– Discutevamo se un autore tragico possa essere anche comico o se si sia per natura portati a un genere o a un altro.
– Secondo me o si è portati alla tragedia o alla commedia.
– E invece no, secondo me chi ha del genio riesce in entrambi i campivi.
– I tuoi soliti paradossi, Socrate.
– Ne abbiamo discusso tutta la notte, e alla fine Aristofane si è addormentatovii.
– L’avrà fatto apposta per non dartela vinta. Lascialo perdere, è meglio.
– Vuoi che ti dimostri la mia tesi?
– Socrate, risparmiami, l’argomento non mi interessa affatto.
Socrate sorrise. Gli faceva sempre piacere discutere con una donna intelligente come Mirò. E anche con Aristofane, in fondo. Era un uomo acuto. Originale. Aveva delle idee fantasiose. Si sarebbe detto che pensava per immagini. Le sue polemiche si strutturavano in visioni fantastiche: uccelli, vespe, nuvoleviii. Certo, i loro rapporti si erano deteriorati negli ultimi tempi, e c’era una sorta di odio-amore tra loro, ma continuavano a cercarsi per discutere, per controbattere, per aggiungere qualcosa alle loro eterne polemiche. Ultimamente però era Aristofane a prevalere, ad avere la meglio e ad ottenere più consensi.
– Sarai più prudente? ripeté Mirò. C’è anche Filosseno…
– E chi è Filosseno?
– Un ambizioso, come tanti ad Atene. Anche lui ce l’ha con te.
– E perché mai?
– Perché gli fai ombra. E stai sulle palle anche a quelli che educano i giovani alla vecchia maniera: ignoranza, sberle, palestra.
– Sbaglio? Io penso soltanto che la ragione debba essere la nostra unica guida, che l’educazione come ogni altra cosa si debba basare sulla ragione.
– Giustissimo, amico mio, ma non è detto che sostenere la verità procuri vantaggi. Gli uomini, lo sai bene, non vedono la verità. Fissi alle loro opinioni temono chi osa dirla, la verità, e odiano chi vuole metterli in discussione.
– Io conto sugli amici. Ci sono tanti ad Atene che mi vogliono bene. Insorgerebbero se qualcuno osasse toccarmi.
– Metti in conto però che gli uomini sono per natura dei voltagabbana. Nessuno difende nessuno se ci vede anche solo un piccolo rischio.
– Mirò, non essere così pessimista.
– Socrate caro, io guardo la realtà e non mi faccio troppe illusioni.
– Non darti pensiero per me. Gli amici sono amici fidati.

(omissis)

(pp. 80-84)

Tre

Aspasia era la concubina più importante di Atene, visto che divideva il letto di Pericle, ma gestiva anche una scuola per cortigiane dove imparavano i dettami dell’ars amatoria le principali etere di Atene. Socrate frequentava volentieri la sua casa.
– Guarda chi sta entrando! – esclamò Teopompo ridendo, e indicò alle sue amiche Socrate che puntava diritto verso di loro. Aspasia si alzò dal letto dove stava impartendo qualche istruzione alle sue ragazze per salutare l’amico.
– Ti salutiamo, Socrate, cantilenarono in coro le quattro ragazze continuando i loro giochi.
– Fermati con noi, lo invitò Aspasia, indicando con un gesto della mano il letto.
Socrate sedette carezzando il seno scoperto di Teopompo. – Cosa stai facendo, dolce miele?
– Sto imparando, rispose Teopompo, continuando i suoi esercizi.
Aspasia sorrise.– Sono bambine, ne devono imparare di cose. Socrate caro, dato che sei qui, penso che ci potresti essere utile.
– In che senso? chiese Socrate stupito. Che cosa potrei fare di utile io, vecchio uomo impolverato, in mezzo a queste bellezze profumate?
– Mi è venuta un’idea. Ti potremmo testare. Potresti darci un piccolo saggio delle reazioni maschili. Così le bambine capirebbero meglio quello che stavo spiegando loro.
Socrate scosse il capo perplesso: – Credo che vi sarò di scarsa utilità. Ragazze, io non ho un obolo.
– Lo sappiamo. Non ti preoccupare, dimmi invece, che cosa faresti se ti trovassi davanti a una bella ragazza come Teopompo con i seni scoperti e una corona sui capelli?
– Cosa farei? Per un po’ converserei con lei. Le chiederei che cosa stima di più nella vita. Aspasia diede uno strattone a Teopompo che si sbellicava dalle risate. – Rispondi, mia cara. Che cosa stimi di più nella vita? Teopompo corrugò lievemente le sopracciglia meditabonda: – La bellezza e il denaro, rispose ridendo. Cos’altro?
– Teopompo, vuoi che ti dimostri che valgono molto poco? obiettò Socrate.
– Sì, dimostracelo, risposero in coro le quattro ragazze.
– Sarò sintetico. Tu, Aspasia, cosa temi di più?
Aspasia sedette vicino a lui e lo circondò con un braccio ingioiellato.– Caro Socrate, io temo quello che temono tutti: la vecchiaia, la povertà e la morte.
– Innanzitutto, cominciò a dire il filosofo, come ho tante volte dimostrato, – con te, Aspasia cara, ho conversato spesso, – la morte non è da temere. È indubbio che se lei c’è non ci siamo noi e viceversa. Come possiamo temere qualcosa che non incontreremo mai?
Teopompo rise a sproposito mentre cercava di togliergli il mantello.
– Che cosa mi vuoi fare, piccola? Devo ancora dimostrare che non si deve temere la povertà. Ma anche le altre ragazze l’avevano circondato e cominciavano a tempestargli la nuca di baci. – In questa posizione mi è difficile filosofare, protestò Socrate. Ho dimostrato molte teorie passeggiando o standomene sdraiato nei banchetti, ma disteso su un letto con quattro belle ragazze che mi baciano, questo non l’ho mai fatto. Temo che mi farete perdere la concentrazione, fanciulle. Sorrise poi, con un certo sforzo, riprese ad argomentare: – La povertà non è nostra nemica. Anzi, per certi aspetti potrebbe essere considerata un’amica. Ma subito si interruppe perché Teopompo stava scendendo nel sottombelico. – La ragazza ci sa fare, direi che è quasi perfetta, commentò Socrate dopo un po’, rivolto ad Aspasia.
– Sì, ma proprio perché è quasi perfetta, come anche tu riconosci, – Teopompo cara, non montarti la testa, ha detto “quasi” – ha un suo costo, un costo che tu non ti potresti permettere. Vedi dunque che la povertà non è un bene.
– Ma che ragionamenti sono questi, amica mia! Me l’hai messa tra le braccia tu per fare un esperimento. Evidentemente la mia povertà ha qualche forza.
Teopompo continuava imperterrita, ripassando mentalmente le lezioni che aveva imparato scrupolosamente.
– È una fanciulla deliziosa, mi sta facendo impazzire.
– Bene, disse Aspasia. L’esperimento è finito. Fermati, Teopompo.
– L’esperimento sarà anche finito, mugugnò Socrate, ma io non…
– Per proseguire occorrerebbero i quattrini che tu non hai. Come vedi avevo ragione io. La ricchezza è importante e la povertà non è un bene. Penso che sia il momento che tu prosegua nella tua passeggiata. Non vogliamo trattenerti.
– Aspasia cara, io sono stato il primo tra i greci ad affermare che “la natura femminile non è naturalmente inferiore a quella maschile salvo che manca di saggezza e forza fisica”ix. Non c’è greco che sia stato così gentile con le donne. E adesso guarda un po’ che riconoscenza! Teopompo cara… Per fortuna sono paziente. Volete che vi spieghi quanta importanza ha la pazienza nei giochi d’amore?
– Questo mi sembra un argomento interessante, acconsentì Aspasia già sulla soglia.
– Diccelo diccelo, garrirono le ragazze.
Socrate sorrise, e dall’uscio disse: – Per essere un buon amante un uomo deve saper aspettare, far crescere il desiderio nella donna e mantenerlo proporzionato al suo.
– È un’osservazione acuta, ammise Aspasia. Teopompo, annotatelo con cera e stilo!

Socrate si ritrovò all’aperto. Diede un’aggiustatina al mantello e si rimise a camminare mentre brontolava tra sé: Il denaro, ecco quello che vogliono gli uomini. Solo il denaro. Ma il denaro è ben poca cosa. Com’è triste constatare i limiti della mente umana. L’ombra di quest’albero nessuno me la può togliere. Non potrei goderne di più se fossi ricco. Non potrei rinfrescarmi di più se fosse mio. E le terme? E la palestra? Sono servizi gratuiti che la polis offre a qualsiasi cittadino. E la vista di questi monumenti? Chi mi potrebbe impedire di goderne? E i banchetti a cui vengo invitato perché so conversare piacevolmente e in modo intelligente? E gli spettacoli di teatro? E la luce delle stelle? E il panorama che posso vedere dal Licabetto? Chi mi potrebbe sottrarre tutti questi piaceri? E il bacio di un ragazzo o di una donna che io sia riuscito a far innamorare? Le cose più belle della vita non hanno prezzo. Non serve il denaro per acquistarle. Con il denaro si acquistano solo gli scarti del mondo, i beni senza valore. Perché darsi tanto da fare per inseguirli? Perché vendere l’anima per averli? Gli unici veri beni che andrebbero sempre perseguiti sono la libertà, la serenità, la forza, l’amicizia degli uomini migliori. Solo questi, credo.