Archivi autore: Marina Torossi Tevini

Informazioni su Marina Torossi Tevini

scrittrice e pubblicista

Viaggio in Campania (Positano e Amalfi)

fioriLa Campania è una regione bellissima, ma interessante è anche fare esperienza del carattere dei suoi abitanti che di solito sono confusionari e, se possono, cercano di imbrogliare; però, devo ammetterlo, lo fanno con un certo stile. Il traffico ha un che di tragicamente buffo: mentre le macchinine si rincorrono disordinatamente, rischiando a ogni curva dei frontali, ci sono anche quelli che trascinano tranquillamente cavalli o asini oppure portano in fatiscenti carrozze turisti d’oltralpe. Continua a leggere

Viaggio in Campania (Ercolano e Pompei)

ginestreSembra un quadro del Settecento Sorrento, con gli alberi abbarbicati al tufo, gli alberghi e le ville che sorgono sulla barriera massiccia di pietra che si leva dal mare. Ma le orde di turisti che si riversano dai pullman e prendono d’assalto motonavi e aliscafi per Capri ci rituffano nel presente. Anche noi saliamo e ci mettiamo a sedere di fronte a due inglesi che parlano fitto. Continua a leggere

Il Baltico: regno della luce e del buio

Il Baltico è un mondo a sé, nei lunghi inverni nella morsa del gelo e avviluppato nel buio, durante l’estate splendente e luminoso, pieno di riflessi dovuti alla luce radente, con città magnifiche come Stoccolma e San Pietroburgo o emergenti come Riga e Tallinn. Ce lo godiamo via mare attraversando la miriade di isole situate nel fiordo che conduce al centro della città di Stoccolma. Continua a leggere

Lo schiavo

fico d'indiaNon era molto convinto che fosse una grande idea, ma sua moglie insisteva. Ce l’avevano tutte le sue amiche, insomma, in un momento di intimità gli aveva strappato una promessa che ora si sentiva in dovere di mantenere.
Lo sceglierò io però, aveva detto, almeno voleva essere sicuro di lasciare sua moglie in buone mani. Aveva preso qualche giorno di ferie. E si era messo alla ricerca. Continua a leggere

Amore e paradossi

pesci AntibesALESSANDRO: – Forse ci potremmo sposare, Manuela?
MANUELA: – Non credo, Alessandro.
ALESSANDRO: – Allora vivere assieme?
MANUELA: – Non ci penso neppure!
ALESSANDRO: – E perché?
MANUELA: – Non lo so, non me lo so spiegare, ma qualcosa dentro mi dice di no.
ALESSANDRO: – Falla tacere! Continua a leggere

IL vecchio e il clone

43_DSCN1621 copiaLuce grigia. Per mesi. Uno strano danzare di ombre sul Sognefjord. La notte d’inverno.
E che altro, in quel poco di luce, se non cercare il caldo di qualche amico, il tepore di un luogo chiuso, l’illusione che la parola può creare? Che altro? Da quel luogo senza luce la natura è ostile e lontana. Meglio stringersi assieme, meglio scaldare le mani con qualcosa di forte, meglio scaldare la mente con insani pensieri. Continua a leggere

La sfinge del Montasio (2)

Sfinge MontasioLa fune aveva ripreso a scorrere verso l’alto. Altri colpi di martello echeggiarono sulla parete, altra delusione. Il ferro penetrando nella fessura non vibrava ancora rassicurante. Anche quel chiodo, da un momento all’altro, poteva abbandonare la roccia in cui era penetrato e segnare la fine della loro avventura.
Era il tempo in cui molti giovani affrontavano i rischi dell’arrampicata ricchi soltanto della loro passione appena sbocciata, anche se poveri d’esperienza e di mezzi. Continua a leggere

La sfinge del Montasio di Lino Torossi

camp Valbruna orizEra una calda giornata di fine giugno dell’anno 1930, ma la roccia in quel tratto di parete sembrava gelida come d’inverno. Paolo Valle guardava verso l’alto con apprensione. Da dieci minuti o forse più, il suo compagno, dopo aver superato lo strapiombo, sembrava scomparso nel nulla. Un tempo troppo lungo in quel silenzio; la fune continuava a penzolare inerte. Il rocciatore, sempre immobile su di un’esigua cengetta, ebbe un brivido e l’impressione di essere lassù, solo, abbarbicato sull’ignoto. Continua a leggere

Due poesie di Giorgio Maimone

barcaE dopo una meta c’è un’altra meta ancora
E dopo una svolta, un’altra svolta avviene
Di svolta in volta, di meta in meta nuova
si avanza in modo non sempre rettilineo.
Di volta in svolta, di passo in passo
Si avanza, avanziamo, in frigo residuiamo. Continua a leggere

Le lumache

scultura ValbrunaChissà se poteva uscire dalla stanza. Si guardò intorno. Nel corridoio niente fili di bava. Le lumache non erano ancora passate. In fretta si vestì ed uscì dalla sua stanza. Ma subito, arrivato a metà corridoio, cominciò ad invischiarsi, a scivolare, a retrocedere. Anche là avevano chiuso il passaggio. Tornò sui suoi passi con rabbia. Continua a leggere

In Patagonia (3)

catastaIl giorno seguente prendono l’aereo per Ushuaia. La montagna sul mare. Ghiacciai, castori, foche e pinguini. Un mondo vastissimo. Incontaminato. Il pensiero della natura e della sua potenza domina la mente di Francesca. Tutti dovrebbero venire una volta o l’altra in Patagonia, pensa, tutti dovrebbero vedere almeno una volta nella vita i geyser dell’Irlanda o un vulcano in eruzione. Perderebbero un po’ della loro presunzione. Continua a leggere

In Patagonia (2)

retiAl ritorno si prende l’aereo per Bahia Blanca e poi da lì si prosegue verso Sud. Il viaggio non è faticoso. I bus che percorrono le vaste distese della Patagonia sono comodi, quando si prenota il posto si può persino scegliere tra una cama o una semicama e stendersi a dormire durante i lunghi percorsi. Anche le strade un tempo sterrate sono in buono stato. Continua a leggere

In Patagonia

verso il poloL’aereo atterra a Punta Arenas. Una lunga frenata che sembra non voler mai finire. Francesca guarda l’ora. Quasi in orario. Scende e raggiunge i compagni di lavoro. La base è situata in un albergo arroccato sul mare. Spalanca la finestra. Il vento soffia forte. Decide di scendere al mare. Una sciarpa attorno al collo. I corti capelli che si dividono in righe sottili sotto la sferza del vento. In faccia schizzi d’acqua gelata. Continua a leggere

I nostri antenati, gamberetti flambé e madame Le Pen

Bordeaux

Camminare sul lungomare di Nizza è uno spettacolo di buona integrazione razziale, famiglie multietniche, ragazze bianche con figli di colore o il fidanzato dai capelli crespi e dagli occhi nerissimi, famiglie arabe con donne anziane a seguito, di solito di notevoli dimensioni, con bambini festanti e uomini che si raggruppano tra di loro. Facciamo la nostra solita passeggiata serale in zona mentre progettiamo la partenza per la prossima tappa, Narbonne. Continua a leggere

L’ermafrodito

riflessi

«Le piace ?» Era una domanda superflua perché Sandro se ne stava già da mezz’ora a contemplare il blu profondo di quel quadro, concentrico intorno a un vuoto infinito che dava le vertigini.
Riemerse con difficoltà e si voltò verso le parole alle sue spalle. Vide una bocca un po’ troppo truccata che oscillava sopra lunghe file di collane. Tacchi alti e lunghi capelli neri, un’iperfemminilità esibita che in un’altra persona gli avrebbe dato certamente fastidio. Ma stranamente non la trovò sgradevole. Continua a leggere

Un tempo avevamo la coda

irisAnna guarda e riguarda la planimetria che l’agenzia immobiliare le ha dato e si perde a sognare i particolari. Quella casa, quella casa in campagna è la casa che ha sempre desiderato. Anche gli altri saranno entusiasti, ne è sicura. Arriva a casa trafelata e travolge la famiglia con una raffica di parole. Verde, fresco d’estate, profumo di campagna. Cosa ci può essere di meglio! Un giardino, un barbecue, un’altalena per Giulio e una cuccia per Pippo.
Danno la caparra e impazienti si mettono ad aspettare il momento in cui si trasferiranno nella nuova casa. Continua a leggere

La favola dei porcospini feriti

riccioSchopenhauer in una delle sue migliori metafore scrisse: “Il porcospino, in inverno, ha freddo. Per riscaldarsi si avvicina ad altri porcospini, in modo che avvicinandosi ci si possa tenere caldi a vicenda. Ma nell’istante stesso in cui due o più porcospini si avvicinano, corrono il rischio di ferirsi a vicenda con i loro aculei; e la maggior parte delle volte così succede. Feriti, i porcospini si allontanano di nuovo, ma dopo poco il freddo li spinge di nuovo a riavvicinarsi per scaldarsi, pur rischiando di farsi male. Il porcospino odia il freddo…”
Come fanno l’amore i porcospini? Con grande prudenza. Niente di più giusto. E noi Dio solo sa se non siamo stati prudenti. Continua a leggere

Marguerite ad Avignone

DSCN3484

-Bisogna fare come fanno gli uomini: sapere cosa si vuole e perseguirlo. Io non mi occupo di tuo padre a tempo pieno. Scrivo, quando ho tempo stiamo assieme, ma posso restare anche per intere giornate sprofondata nel mio mondo.
Erano parole di Emmanuelle. Marguerite la osservò ed esclamò meravigliata: – Sembrate così felici, tu e mio padre! Qualche volta vi invidio. Continua a leggere

Mammetta

cortecciaALICE: – Come sta tua madre?
SILVIA: – Bene! S’è ripresa del tutto.
ALICE: – L’ha vista il dottore?
SILVIA: – No, ma ha ricominciato a brontolare alla grande, ha criticato i nuovi acquisti, ha licenziato l’infermiera che le avevo mandato, si è arrabbiata con il negoziante che le porta la spesa, e ha giurato che il radicchietto come lo trova lei al mercato, nessuno…
ALICE: – Sembra in forze. Sono contenta. Continua a leggere

Ecosistema fragile il maschio

St-Paul-de Vence

Ecosistema fragile il maschio, pensò Monique. Marcel, davanti a lei, beveva il caffelatte. Faccia slavata. Labbra smorte. Risveglio opaco sulla collina di Vence. Eh sì, quella notte lei aveva sferrato un non piccolo attacco al suo orgoglio di maschio. Gli aveva spiegato che da un po’ i loro ritmi non si accordavano affatto, gli aveva illustrato particolari che sarebbe stato gentile tacere e aveva aggiunto, per colmare la misura, che la collina sopra Vence, dove vivevano da oltre diciassette anni, non era il luogo più bello del mondo. Il marito l’aveva guardata con aria meravigliatodolente, imburrando con violenza un pezzo di pane. Continua a leggere

L’obbligazione paoletto

SIGNORA: – Buongiorno!
IMPIEGATO DI BANCA: – Buongiorno signora, mi dica.
SIGNORA: – Vorrei un consiglio… Lei conosce, caro Bianchi, il mio profilo di rischio… medio-basso direi… Ho letto di un nuovo prodotto il paoletto… Che ne pensa?
IMPIEGATO DI BANCA: – Il paoletto è…
SIGNORA: – Le dico subito che in questo momento non mi sembrerebbe il caso di incrementare l’azionario… già mi ritrovo con quelle telecomunicazioni comperate un attimo prima che scendessero… per fortuna i farmaceutici li ho venduti… insomma ora come ora non alzerei nel mio portafoglio il profilo di rischio… Il paoletto è un’azione? Continua a leggere

Pausa pranzo

pausa pranzo montagna

ALICE: – Dove andiamo a mangiare, Silvia?
SILVIA: – Mangiare? Sono a dieta!
ALICE: – Da quando?
SILVIA: – Da oggi! Solo un’insalatona scondita e un beverone ipocalorico per tirar fino a sera.
ALICE: – È lunedì. Week end gastronomico? Ma non eravate andati a sciare? Continua a leggere

Provenza e Catalogna

Nizza

Questa primavera, anche se la nostra meta è la Catalogna, inseriamo delle soste in zone che abbiamo ampiamente frequentato negli anni precedenti in Francia: e così la Provenza con i paesini arroccati di Cagnes, Saint Paul de Vence, Biot, sempre gradevoli in questa stagione, la Costa Azzurra e l’amata Antibes con le sue mura sul mare e i profumi delle piante grasse fiorite, Nizza con l’infinita Promenade des Anglais e la città vecchia piena di mercatini regalano ai nostri occhi emozioni non troppo nuove ma sempre gradite. Continua a leggere

Bretagna

Le Mont S. Michel

Viaggio in Bretagna quest’anno, per goderci l’Oceano che è sempre per me una grande emozione e per vivere un po’ in Francia. “L’Italia ha un gap notevole con Francia Germania e Gran Bretagna quanto a ferrovie” pensiamo mentre affrontiamo con erculeo sforzo la salita su un Frecciabianca munito di gradini enormi dove dobbiamo caricare i nostri bagagli. I Tgv francesi sono migliori ma meglio ancora sono indubbiamente i treni a livello su cui si può trascinare senza sforzo i trolley. Continua a leggere

L’Occidente e parole

copertina L'Occidente e le parole

“Trieste, non più città di confine, rimane pur sempre in qualche modo una città confinata, una città precaria, una città sull’orlo dell’abisso. Lo si avverte, questo senso di precarietà, ad ogni passo, ad ogni svoltare d’angolo. È un’angoscia ma anche una pace, un mix strano di malessere e di allegria che nessun’altra città produce. Trieste è un paradigma. Un’allegoria dello scivolare dell’Occidente, una metafora del nostro declino. Per questo Trieste mi piace”. Trieste simbolo del nostro declinante Occidente, Trieste, anima del racconto “Un inverno a Trieste” che, assieme a “Il tempo delle piogge” e “Una donna senza qualità” coniugano la riflessione sui mali della scuola e sulla difficoltà dei rapporti tra generazioni diverse a un’analisi sulla crisi della società contemporanea. In altri racconti (“La mattanza”, “Un killer vicino di casa”, “Week-end in monastero”) prevale il tema della violenza tra i sessi che nella società occidentale paradossalmente coesiste accanto a un fondamentalmente ridisegnato accordo tra i generi. Chiudono la raccolta il tono più disteso di “Ulisse terzo millennio” – che ridisegna in chiave moderna il mito di Ulisse – e il racconto surreale “Il quadro”

PREMIO CONTEMPORANEA D’AUTORE 2013 – Alexandria Scriptori Festival

Alcuni racconti

Ulisse terzo millennio (viadellebelledonne.wordpress.com)
La mattanza (viadellebelledonne.wordpress.com)
Panne (viadellebelledonne.wordpress.com)

Recensioni

Chiara Mattioni: L’occidente sul baratro degli anni zero
Giovanna Mozzillo:L’Occidente e le parole
Marina Silvestri: Il punto di non ritorno
Marina Monego: L’Occidente e le parole
Irene Visintini: L’Occidente e le parole
Nuria Kanzian: Scrivere tra Oriente e Occidente

Presentazioni

Libreria Minerva: Gabriella Musetti, Edda Serra
FIDAPA: Roberto Dedenaro, Irene Visintini
Club lettura Cividale: Giuseppe Raffaelli
Circolo Aziendale Generali: Enzo Santese, Marina Silvestri
Pen croato: Iva Grgi? Maroevi?

Nord – Sud Europa: note di viaggio

Lisbona praca do comercio

Lisbona: seduti a un caffè davanti al selciato bianco e nero della città mi viene da pensare a una partita a scacchi tra i paesi d’Europa.
La giornata ha qualcosa di malinconico – come malinconica è sempre Lisbona in questo suo protendersi sull’Oceano in questo suo volgersi a un passato di grandezza che ora non esiste più, in questo suo isolamento, – circondata dal mare ma collegata al resto del continente – in questo suo morbido adagiarsi lungo le rive del Tago attraversato da avveniristici ponti, mentre il fado riecheggia nei locali e risuonano le parole di Tabucchi che a Lisbona muore. Continua a leggere

Rivedere Amsterdam

Amsterdam canale bici

Siamo ad Amsterdam e passeggiamo lungo i canali, facendo attenzione alle biciclette che in questa città sono più pericolose delle automobili. Passano velocissime per il loro tracciato che si intreccia con quello dei pedoni, scampanellano e fanno rifili da brivido. D’altronde con i loro percorsi (centinaia di kilometri di piste ciclabili) contribuiscono a rendere più ecologica una città che da decenni è all’avanguardia in questo senso e riesce a conciliare buon vivere e rispetto dell’ambiente. Continua a leggere

Da: Socrate e le donne

(pp. 9-11)

Parte prima
Meno Uno

Alessandro: – Perché quando ci avviciniamo troppo, poi scappi?
Alice: – Perché ho paura di perderti.
Alessandro: – Non capisco la tua logica.
Alice: – Non è questione di logica. Non riesco a non agire così.
Alessandro: – Io sono meno complicato, Alice.
Alice: – Semplificato come tutti i maschietti.
Alessandro: – Non riusciamo a capirci, ho la sensazione che ti perderò di nuovo.
Alice: – Non è detto. Dipende da te.
Alessandro: – Che cosa dovrei fare?
Alice: – Se te lo dicessi non avrebbe valore. Sei tu che devi capire.

Hai detto: – Dobbiamo fare qualcosa. – Ma che cosa? Potremmo raccogliere fiori blu o camminare in un deserto, succhiarci il cuore o inumidirci le dita, costruire un cielo o sprofondare nella poltrona. – Dobbiamo fare qualcosa. – Ma che cosa? Potremmo invertire il corso delle stelle o ripetere una parte scontata, potremmo cavalcare le nuvole o ammuffire in un giorno di sole, potremmo ascoltare i grilli o sprofondare in una squallida dissonanza. – Dobbiamo fare qualcosa. – Qualcosa. Ma vorrei che gli occhi fossero di cristallo, che la pelle si lasciasse penetrare, che il mento ti tremasse un po’. – Dobbiamo fare qualcosa. – Proporrei di inventare la notte, di far tramontare il sole a mezzogiorno, di non sciacquarci la bocca con false promesse, di avvicinarci di sbieco e di scalarci fino in fondo, di raccogliere alghe e distillare succhi dal bosco, di frullare le stelle e di metterle nel freezer per l’inverno. Ascolta, le zagare profumano di più in un giorno di pioggia.

Uno

Mentre Alice passeggiava dalle parti dell’Acropoli, le si avvicinò un cane. Era fulvo, con due grandi orecchie e una coda arcuata che continuava ad agitare festosamente. Lei gli regalò qualche carezza sul muso affusolato e pensò che, se avesse voluto prendere un cane, quello sarebbe stato il suo cane. L’animale prese a camminarle a fianco. Il suo muso giallino le faceva strada per la via che saliva dal Dipilon al Partenone. Assieme passarono per l’Odos Apostolou Pavlou, tra la Pnice e l’Areopago, e poi ancora zigzagando ritornarono verso il teatro di Dioniso nel lato meridionale dell’Acropoli.
Non erano ancora le nove, ma faceva già caldo. Il cane si fermò per una sosta all’ombra e Alice sedette su un muretto. – Ti piace quest’Atene piena di traffico e di turisti, quest’Atene di souvenir e di copie, di cartoline e di falsi? gli domandò. Era chiaro che la conversazione non avrebbe dato molti frutti. L’animale si allontanò e mentre lei lo seguiva con lo sguardo si diresse verso i resti di un tempietto della zona dell’Agorà. Ben presto ricomparve in compagnia di altri due. Alice tirò un sospiro di sollievo. Temeva di averlo perso. Ripresero a vagabondare tra l’Agorà e il teatro. In fondo si ergeva l’Acropoli. La massa di pietra contornata dal verde sorgeva netta come un grosso molare e il tempietto di Athena Nike si delineava nitido. Il suo cane stava in mezzo agli altri due. Quando riprese la strada tutti tre la seguirono. Alice pensò che avevano fame. Entrò da un macellaio e comprò una buona razione di carne per tutti. Poi ritornò verso la casa di Irakis.

(omissis)

(pp. 24 – 27)

Sei

Il cane Sirmio (così l’aveva battezzato) la accompagnava ogni mattina mentre gironzolava per il Ceramicos, il quartiere dove abili artigiani un tempo creavano vasi e anfore in stile geometrico, splendidi con le loro figure nere e rosse. Passando lungo le vestigia delle grandi mura fatte costruire da Temistocle aveva osservato che nella zona archeologica c’era una vera e propria colonia di cani e s’era presa l’impegno di rifocillarli ogni mattina. Poi proseguiva col suo. Si fermavano a rinfrescarsi sotto un albero e Alice si metteva a leggergli qualcosa. – Senti che cosa racconta Platone!i gli diceva e apriva il mio librino. – Ogni azione non è di per sé né bella né brutta, dipende dal modo in cui viene compiuta, dallo scopo che ci si prefigge. Lo stesso vale per l’amore: non ogni amore è bello, ma solo quello che ci spinge ad amare in modo bello. Il cane guardava il suo piede e seguiva le ombre sul selciato. Alice continuava a leggereii: – L’amore che si accompagna ad Afrodite volgare è volgare e agisce come capita. Questo è l’eros proprio degli uomini che valgono poco. Innanzi tutto questi amano donne non meno che giovanetti. E poi amano i corpi più che le loro anime. E per giunta amano le persone che sono prive più possibile di intelligenza, mirando solamente a fare ciò di cui hanno voglia e non preoccupandosi affatto se agiscono in modo bello o no. Perciò avviene che agiscano come capita senza discriminare il bene dal male.
Alice carezzò il muso spennacchiato che la guardava e continuò a parlare: – Per l’uomo greco il concetto di bello si unisce a quello di bene: è il caloncagazon, il bello e buono. Il concetto di bello non ha un valore solo estetico, ma anche etico. Nella nostra società manca questo concetto. Anzi, potremmo paradossalmente affermare che va di moda compiacersi del brutto e del cattivo.
Gli aveva parlato con molta convinzione e il cane si alzò sulle zampe posteriori. Alice sorrise e gli passò una mano sul dorso: – Vedi, Sirmio, quando si scrive una storia ambientata nel mondo classico, la difficoltà maggiore è costituita dalla diversa mentalità. Per i greci l’amore con la A maiuscola è quello tra maschi. Il maschio è considerato più intelligente, più coraggioso, depositario di tutte le virtù spirituali; la donna invece è mera materialità. Quindi l’amore verso la donna è considerato di natura inferiore. I migliori amanti sono quelli che amano i maschi, amando per natura ciò che è più forte e più intelligente, dice Platoneiii.
Il cane non aveva una particolare opinione sull’argomento, ma forse s’era fatto per caso qualche maschietto. Scodinzolò a sproposito. – Noi avremmo qualche riserva da fare, – proseguì Alice, – ma, a parte il deciso maschilismo, da maschietti che hanno il potere e se lo godono, ho sempre pensato che il mondo greco avesse una visione giusta dell’amore. L’amore come piacere, l’amore come conoscenza. Poi sono venuti tempi peggiori; tempi in cui l’amore è stato considerato un dovere, oppure uno sport da praticare. Platone dicevaiv: I migliori non si innamorano di ragazzi se non quando cominciano ad avere intelligenza e questo si accompagna al momento in cui cominciano a mettere la barba. Si chiese a quanti anni crescesse la barba. Verso i quindici anni, più o meno. Certo per noi un quindicenne sarebbe considerato minorenne, quindi non un soggetto erotico. Noi condanneremmo ampiamente un rapporto di questo tipo. Era interessante però considerare che i greci si preoccupavano che il ragazzo “cominciasse ad avere intelligenza”: nel mondo antico dunque l’accento era posto anche sulla dimensione spirituale, un rapporto era valido se si realizzava tra persone pensanti, e veniva concepito persino come un rapporto di educazione, cosa che a noi potrebbe sembrare decisamente strano. Riprese a leggerev: Quando l’amante e il ragazzo amato mirano alla stessa cosa, il primo a servire il giovane che gli ha corrisposto l’amore e l’altro a prestare assistenza a chi lo rende sapiente e buono… Il cane le sbadigliò in faccia. Alice concluse carezzandolo: – Lontanissimo dal nostro modo di pensare, non trovi, Sirmio? Mescolare sesso e sapienza, educazione e sessualità. L’idea che i ragazzi nell’età della pubertà abbiano un amico più vecchio che funga non solo da educatore, ma anche da amante oggi ci lascia perplessi, ma a quel tempo era così… Il cane mostrava evidenti segni di irrequietezza. Ripresero a passeggiare. Fiancheggiarono sulla destra l’Agorà romana con la struttura a botteghe e magazzini e una vasta piazza delimitata da una doppia fila di colonne ioniche. Era il centro dei commerci nel tempo in cui Atene era divenuta romana. Poi scesero per Odos Adrianou e attraversarono la Plaka tra ristorantini e negozi di souvenir scegliendo le stradine meno affollate e i vicoli a scalinata. Atene era stata sotto la dominazione turca per quattrocento anni e lo dimostrava: negli edifici, in una certa incuria che serpeggiava dappertutto, nella clientelare burocrazia. Sirmio la seguiva, non troppo persuaso, nelle strade trafficate; lui preferiva svicolare tra i mozziconi di colonne e gli alberi, scegliendo le zone meno affollate dell’Atene antica.

(omissis)

Parte quarta
Uno

(omissis)

(pp. 76 – 78)

– Sai come sono gli uomini, sentono qualcosa, lo ripetono, si convincono delle loro stesse parole. La fama cresce. Non ha importanza se è lontana mille miglia dalla verità. Insomma temo che le idee di Aristofane circolino un po’ troppo a briglia sciolta ad Atene. Mi ha messo alla berlina con troppa intelligenza quel mascalzone.
Mirò gli carezzò i lunghi capelli. – Ti avevo avvertito. È pericoloso lasciare che la fama cresca senza metterle un freno. Bisogna vigilare. Contano anche le apparenze, non solo la sostanza. Tu ami la verità, lo so, ma gli uomini non vedono la verità. Vedono solo ombre.
– Mirò cara, non ricordarmi quella che è la tragedia dell’uomo. Sono già abbastanza di cattivo umore. Hai sentito ieri sera i nostri discorsi?
– Qualcosa. Ma vuoi che ti dica sinceramente quello che penso? Potevi evitare di tirarla tanto per le lunghe e mettere Aristofane alle strette con le tue argomentazioni. Sai che lui non è un uomo di spirito.
– Cosa avrei dovuto fare? Starmene zitto? Lui può crocifiggere chi vuole con le sue battute e invece io dovrei tacere? Sai di cosa discutevamo?
– Di letteratura, m’è sembrato.
– Discutevamo se un autore tragico possa essere anche comico o se si sia per natura portati a un genere o a un altro.
– Secondo me o si è portati alla tragedia o alla commedia.
– E invece no, secondo me chi ha del genio riesce in entrambi i campivi.
– I tuoi soliti paradossi, Socrate.
– Ne abbiamo discusso tutta la notte, e alla fine Aristofane si è addormentatovii.
– L’avrà fatto apposta per non dartela vinta. Lascialo perdere, è meglio.
– Vuoi che ti dimostri la mia tesi?
– Socrate, risparmiami, l’argomento non mi interessa affatto.
Socrate sorrise. Gli faceva sempre piacere discutere con una donna intelligente come Mirò. E anche con Aristofane, in fondo. Era un uomo acuto. Originale. Aveva delle idee fantasiose. Si sarebbe detto che pensava per immagini. Le sue polemiche si strutturavano in visioni fantastiche: uccelli, vespe, nuvoleviii. Certo, i loro rapporti si erano deteriorati negli ultimi tempi, e c’era una sorta di odio-amore tra loro, ma continuavano a cercarsi per discutere, per controbattere, per aggiungere qualcosa alle loro eterne polemiche. Ultimamente però era Aristofane a prevalere, ad avere la meglio e ad ottenere più consensi.
– Sarai più prudente? ripeté Mirò. C’è anche Filosseno…
– E chi è Filosseno?
– Un ambizioso, come tanti ad Atene. Anche lui ce l’ha con te.
– E perché mai?
– Perché gli fai ombra. E stai sulle palle anche a quelli che educano i giovani alla vecchia maniera: ignoranza, sberle, palestra.
– Sbaglio? Io penso soltanto che la ragione debba essere la nostra unica guida, che l’educazione come ogni altra cosa si debba basare sulla ragione.
– Giustissimo, amico mio, ma non è detto che sostenere la verità procuri vantaggi. Gli uomini, lo sai bene, non vedono la verità. Fissi alle loro opinioni temono chi osa dirla, la verità, e odiano chi vuole metterli in discussione.
– Io conto sugli amici. Ci sono tanti ad Atene che mi vogliono bene. Insorgerebbero se qualcuno osasse toccarmi.
– Metti in conto però che gli uomini sono per natura dei voltagabbana. Nessuno difende nessuno se ci vede anche solo un piccolo rischio.
– Mirò, non essere così pessimista.
– Socrate caro, io guardo la realtà e non mi faccio troppe illusioni.
– Non darti pensiero per me. Gli amici sono amici fidati.

(omissis)

(pp. 80-84)

Tre

Aspasia era la concubina più importante di Atene, visto che divideva il letto di Pericle, ma gestiva anche una scuola per cortigiane dove imparavano i dettami dell’ars amatoria le principali etere di Atene. Socrate frequentava volentieri la sua casa.
– Guarda chi sta entrando! – esclamò Teopompo ridendo, e indicò alle sue amiche Socrate che puntava diritto verso di loro. Aspasia si alzò dal letto dove stava impartendo qualche istruzione alle sue ragazze per salutare l’amico.
– Ti salutiamo, Socrate, cantilenarono in coro le quattro ragazze continuando i loro giochi.
– Fermati con noi, lo invitò Aspasia, indicando con un gesto della mano il letto.
Socrate sedette carezzando il seno scoperto di Teopompo. – Cosa stai facendo, dolce miele?
– Sto imparando, rispose Teopompo, continuando i suoi esercizi.
Aspasia sorrise.– Sono bambine, ne devono imparare di cose. Socrate caro, dato che sei qui, penso che ci potresti essere utile.
– In che senso? chiese Socrate stupito. Che cosa potrei fare di utile io, vecchio uomo impolverato, in mezzo a queste bellezze profumate?
– Mi è venuta un’idea. Ti potremmo testare. Potresti darci un piccolo saggio delle reazioni maschili. Così le bambine capirebbero meglio quello che stavo spiegando loro.
Socrate scosse il capo perplesso: – Credo che vi sarò di scarsa utilità. Ragazze, io non ho un obolo.
– Lo sappiamo. Non ti preoccupare, dimmi invece, che cosa faresti se ti trovassi davanti a una bella ragazza come Teopompo con i seni scoperti e una corona sui capelli?
– Cosa farei? Per un po’ converserei con lei. Le chiederei che cosa stima di più nella vita. Aspasia diede uno strattone a Teopompo che si sbellicava dalle risate. – Rispondi, mia cara. Che cosa stimi di più nella vita? Teopompo corrugò lievemente le sopracciglia meditabonda: – La bellezza e il denaro, rispose ridendo. Cos’altro?
– Teopompo, vuoi che ti dimostri che valgono molto poco? obiettò Socrate.
– Sì, dimostracelo, risposero in coro le quattro ragazze.
– Sarò sintetico. Tu, Aspasia, cosa temi di più?
Aspasia sedette vicino a lui e lo circondò con un braccio ingioiellato.– Caro Socrate, io temo quello che temono tutti: la vecchiaia, la povertà e la morte.
– Innanzitutto, cominciò a dire il filosofo, come ho tante volte dimostrato, – con te, Aspasia cara, ho conversato spesso, – la morte non è da temere. È indubbio che se lei c’è non ci siamo noi e viceversa. Come possiamo temere qualcosa che non incontreremo mai?
Teopompo rise a sproposito mentre cercava di togliergli il mantello.
– Che cosa mi vuoi fare, piccola? Devo ancora dimostrare che non si deve temere la povertà. Ma anche le altre ragazze l’avevano circondato e cominciavano a tempestargli la nuca di baci. – In questa posizione mi è difficile filosofare, protestò Socrate. Ho dimostrato molte teorie passeggiando o standomene sdraiato nei banchetti, ma disteso su un letto con quattro belle ragazze che mi baciano, questo non l’ho mai fatto. Temo che mi farete perdere la concentrazione, fanciulle. Sorrise poi, con un certo sforzo, riprese ad argomentare: – La povertà non è nostra nemica. Anzi, per certi aspetti potrebbe essere considerata un’amica. Ma subito si interruppe perché Teopompo stava scendendo nel sottombelico. – La ragazza ci sa fare, direi che è quasi perfetta, commentò Socrate dopo un po’, rivolto ad Aspasia.
– Sì, ma proprio perché è quasi perfetta, come anche tu riconosci, – Teopompo cara, non montarti la testa, ha detto “quasi” – ha un suo costo, un costo che tu non ti potresti permettere. Vedi dunque che la povertà non è un bene.
– Ma che ragionamenti sono questi, amica mia! Me l’hai messa tra le braccia tu per fare un esperimento. Evidentemente la mia povertà ha qualche forza.
Teopompo continuava imperterrita, ripassando mentalmente le lezioni che aveva imparato scrupolosamente.
– È una fanciulla deliziosa, mi sta facendo impazzire.
– Bene, disse Aspasia. L’esperimento è finito. Fermati, Teopompo.
– L’esperimento sarà anche finito, mugugnò Socrate, ma io non…
– Per proseguire occorrerebbero i quattrini che tu non hai. Come vedi avevo ragione io. La ricchezza è importante e la povertà non è un bene. Penso che sia il momento che tu prosegua nella tua passeggiata. Non vogliamo trattenerti.
– Aspasia cara, io sono stato il primo tra i greci ad affermare che “la natura femminile non è naturalmente inferiore a quella maschile salvo che manca di saggezza e forza fisica”ix. Non c’è greco che sia stato così gentile con le donne. E adesso guarda un po’ che riconoscenza! Teopompo cara… Per fortuna sono paziente. Volete che vi spieghi quanta importanza ha la pazienza nei giochi d’amore?
– Questo mi sembra un argomento interessante, acconsentì Aspasia già sulla soglia.
– Diccelo diccelo, garrirono le ragazze.
Socrate sorrise, e dall’uscio disse: – Per essere un buon amante un uomo deve saper aspettare, far crescere il desiderio nella donna e mantenerlo proporzionato al suo.
– È un’osservazione acuta, ammise Aspasia. Teopompo, annotatelo con cera e stilo!

Socrate si ritrovò all’aperto. Diede un’aggiustatina al mantello e si rimise a camminare mentre brontolava tra sé: Il denaro, ecco quello che vogliono gli uomini. Solo il denaro. Ma il denaro è ben poca cosa. Com’è triste constatare i limiti della mente umana. L’ombra di quest’albero nessuno me la può togliere. Non potrei goderne di più se fossi ricco. Non potrei rinfrescarmi di più se fosse mio. E le terme? E la palestra? Sono servizi gratuiti che la polis offre a qualsiasi cittadino. E la vista di questi monumenti? Chi mi potrebbe impedire di goderne? E i banchetti a cui vengo invitato perché so conversare piacevolmente e in modo intelligente? E gli spettacoli di teatro? E la luce delle stelle? E il panorama che posso vedere dal Licabetto? Chi mi potrebbe sottrarre tutti questi piaceri? E il bacio di un ragazzo o di una donna che io sia riuscito a far innamorare? Le cose più belle della vita non hanno prezzo. Non serve il denaro per acquistarle. Con il denaro si acquistano solo gli scarti del mondo, i beni senza valore. Perché darsi tanto da fare per inseguirli? Perché vendere l’anima per averli? Gli unici veri beni che andrebbero sempre perseguiti sono la libertà, la serenità, la forza, l’amicizia degli uomini migliori. Solo questi, credo.

Da: L’amore secondo Francesca

(pp. 139-142)

Il maschio Kinder bueno

Supermercato di Trieste. Carrelli metallici sfrecciano. Lì s’incontrano anime che vagano per approvvigionarsi di tutto il superfluo necessario per vivere. Le mani si allungano sugli scaffali in una spasmodica e compulsiva ricerca. Dovunque cibo inodore. Ah! la vita dei souk con i suoi afrori, pensa Francesca correndo dietro al suo carrello. E sfreccia in mezzo a spolverate casalinghe o a single in cerca di affettati e precotti. Dovrei telefonare a Monica. Le racconto che sono di partenza. Il problema di trovare yogurt e latticini per un po’ assorbe la sua mente. In molti s’affollano nella zona frigo. Le mani si incrociano. – Lo prenda lei. – D’accordo. Mannaggia, era l’ultima confezione di latte fresco. La ricerca prosegue, e ogni tanto si riaffaccia nella mente di Francesca l’idea di prendere il telefonino e di cercare l’amica. Ma improvvisamente Monica si materializza davanti a lei. Appare come dipinta in uno specchio. Le lunghe gambe, i capelli tiziano, il pull sempre un po’ troppo scollato. Francesca non le somiglia affatto. Bionda. Piccolina. Sembra fatta d’aria. Anche Monica ha il suo carrello pieno di birre e di surgelati. È un classico del venerdì sera.
– Stavo per telefonarti, dice Francesca mentre continuano a sfrecciare per il supermercato. Carrelli a prua e loro, dietro, a chiacchierare. – Sono quasi di partenza, aggiunge e le racconta della Patagonia. Faremo uno studio su guanaco, ouraka, tero-tero.
Davanti alla macelleria e ai poveri animali squartellati Francesca si ferma per fare la solita tirata a favore delle galline infelicissime, costrette a una vita contraria ai loro desideri, che sono semplici: un po’ di spazio, terreno per razzolarci su e un mangime adatto. Pochi desideri, eppure inappagati! Ed ecco dunque la loro vendetta: uova e carne che valgono pochissimo. Garanzia di pessima salute per noi che le mangiamo. Per non dire dei poveri maiali! Continua a parlare mentre prende in mano e osserva le confezioni, poi chiede voltandosi verso Monica: – Hai notizie di Giulio?

Monica: – Sì. È a Trieste. Voleva telefonarti.
Francesca: – Ah, bene.
Monica: – Non capisco cosa cerchi da lui.
Francesca: – Dovrei cercare qualcosa?
Monica: – Ognuno è alla ricerca di qualcosa.
Francesca ride. Di solito Monica non è così sentenziosa. Che cosa cercava? Davvero non lo sapeva neanche lei. Risponde stando allo scherzo: – Cosa cerco? L’amore secondo Francesca.
Monica: – E che cosa sarebbe?
Francesca: – Secondo me i maschietti non sanno fare l’amore. Non rispettano i tempi. Forse gli orientali sono degli amanti migliori.
Monica: – Gli orientali?
Francesca: – Dicono che gli orientali sanno aspettare. Gli indiani, ad esempio, quando sposano una ragazza aspettano giorni prima di fare l’amore.
Monica: – Si tratta di bambine inesperte. Non mi risulta che tu sia vergine.
Francesca ride e mette nel carrello due confezioni di tonno: – Mio marito qualche volta ritorna dopo mesi. Sarebbe bene ricominciare tutto daccapo. Come se ci fossimo appena conosciuti.
Monica: – È un’idea strana. Ma tu gliel’hai mai chiesto?
Francesca: – Non credo che mi ascolterebbe. Lui va sempre di fretta. E poi arriva e riparte.
Un’orda di famigliole corredate di pargoli passa vicino vociando.
Monica riprende: – Ma Giulio cosa c’entra?
Francesca: – Mi sembra che potrei educarlo. In fondo sono già passati tre mesi e non abbiamo ancora fatto l’amore.
Monica: – Giuro che non ti capisco. Cosa vorresti insegnare a Giulio?
Francesca: – Te l’ho detto, vorrei insegnargli altri ritmi.
Monica (facendo posto nel carrello per aggiungere delle bottiglie): – Mi sa che tu non conosci gli uomini. Sai il mio giudizio su di lui? Ti racconterò la storia del maschio “Kinder bueno”. Prende in mano una merendina da un asettico scaffale e comincia a pontificare: Hai presente la pubblicità della Ferrero? (Qualcuno si ferma a guardarla). Lei continua imperterrita: La Ferrero non potrebbe sostenere che lo snack in questione non fa ingrassare. È infatti egregiamente e cospicuamente calorico, più o meno come una pastasciutta. Allora che cosa fa? Lo fa supporre. Fa sì che siamo noi a trarne le conclusioni. Se una dice: non voglio ingrassare, prenderò solo un Kinder bueno, è chiaro quel che noi ne deduciamo. (Una signora un po’ grassoccia annuisce compiaciuta e butta via dal carrello quattro o cinque barattoli di marmellata). Intanto Monica prosegue: Il maschio Kinder bueno che cosa fa? (La signora oversize, in evidente imbarazzo, si allontana). Francesca ride mentre Monica continua: Non dice, ma fa supporre. Lui non racconta bugie. Sei tu che hai fatto le tue illazioni. Sei tu che hai tirato delle somme improprie. Lui non intendeva. O intendeva, ma. Cosa fare nel caso? Mangiare ugualmente lo snack truffaldino? (Se piace…) Buttarlo via e preferire una più ecologica pastasciutta? Anche se lo scuoti o lo scotenni comunque lui non ammetterà. Tu sei cattiva. E lui è bueno.
Francesca ride: – Pensi davvero così male degli uomini?
– E tu?
– No. Io penso che dovrebbero essere un po’ educati.
– Vorresti educare Giulio?
– Non lo so. Dici che è un’impresa?
– Secondo me disperata.

(omissis)

(pp. 145-152)

Allegretto andante per trio

Giulio suona e aspetta davanti al portone della casa di Monica.
Monica scende (vestito iperscollato, tacchi alti, una gonna lunga con uno spacco sul fianco. Sopra, una mantellina striminzita per sfidare le brume di novembre).
– Sempre sobria, tu.
– Non ti piace il mio look?
– Mi piace. Qualche volta mi piace anche troppo. Ma oggi non dobbiamo andare da Francesca?
Monica ride e gli fa strada.

Arrivano. Campanello che suona. Ricampanello. Monica cerca in un’enorme borsetta le chiavi, al solito introvabili. Finalmente arriva Francesca. Indossa una lunga camicetta di foggia maschile, bianca, con tanti bottoncini. Mentre si muove, lascia intravedere il suo corpo sottile. Si pulisce le mani usando uno strofinaccio tirolese e li fa entrare. – Ero alle prese con un pesce, dice e li precede nella cucina. Devo fare un po’ di pulizia nel frigo, prima della partenza. Il pesce, eccolo qua (e mette in forno un enorme scorfano) lo dobbiamo per forza mangiare, la verdura anche. Giulio, mi aiuteresti a tagliare i pomodori? E tu, Monica, metti su una pastasciutta.
– Non ci hai neanche chiesto se avevamo altri progetti.
– Avevate altri progetti?
– Forse.
– Intanto aiutatemi ad apparecchiare!
Rumore di piatti e di mascelle. Pasta al peperoncino. Scorfano e patatine autogestiti in un forno molto compiacente ed estremamente collaborativo. Cruditées sottilmente affettate.
– Francesca, sei un po’ troppo frugale come gusti alimentari. A noi piace la libidine gastronomica, commenta Giulio.
– Ognuno ha i suoi gusti. E poi si trattava anche di spazzolar via i resti dal frigo. Domani parto.
– Sì, me l’ha detto Monica. Ma tu pensa! Passiamo assieme tutta la serata, sembra persino che stia per giungere il gran momento e tu mi lasci nella notte da solo e non mi dici neppure che sei di partenza.
– Te l’avrei raccontato oggi. Oggi poteva essere un giorno significativo. A dire il vero pensavo che saresti venuto da solo.
– È il mio destino, fa Giulio passandole a pelo. Tutte le cose mi sfuggono. Come foglie secche d’autunno mi girano attorno. Volteggiano e io non riesco ad afferrarle.
Monica ride. Francesca invece bofonchia: – Il solito letterato. Tutto per te diventa parola. Compiaciuto godimento orosemantico.

Giulio è un uomo di quarant’anni che lavora in una ditta di import-export a Verona. Ha la passione di scrivere. In un’Italia dove tutti sono scrittori, anche lui lo è. Ma Giulio è un letterato fino al midollo. Uno disposto persino a usare la vita per trovare spunti per scrivere. Uno che non riesce ad amare che le sue parole. È fatto così. Orbene, uno scrittore potrebbe anche piacere. Essere attraente per le donne. Ma non per donne come Francesca e Monica. Sono troppo smaliziate per cadere vittime della fascinazione affabulatoria. Francesca poi è alla ricerca di qualcosa che le sembra mille miglia lontano dalla parola. Di qualcosa di autentico. Però si è innamorata di Giulio.

Monica si alza e comincia ad ammassare a terra dei cuscini. Si toglie le scarpe commentando: – Non ho potuto resistere quando le ho viste in vetrina, ma sono di una scomodità incredibile. Si sdraia a terra. Francesca si siede anche lei vicino e si appoggia al dorso di una poltrona. Giulio si stende nel mezzo. Francesca comincia a carezzargli le spalle e il collo.
– Che godimento, cinguetta Giulio. Mi ci voleva proprio questo massaggio.
Francesca prosegue baciandogli il lobo di un orecchio, poi continua lungo la linea del collo mentre le mani scendono sul dorso. Giulio intanto declama: – Ce ne stavamo seduti ieri a mangiare e a lanciarci languidi sguardi mentre il cameriere ci girava intorno, zelante, oh quanto zelante! e ci avvinghiava con nuovi piatti, con coppe e bicchieri decisamente inutili e sovrabbondanti, finché la musica che ci stordiva ci indusse a dire basta e a cercare un’uscita che ci mettesse in strada, che ci avviasse a quello che doveva essere l’esito inevitabile e ovvio della serata.
– Ma è la nostra serata di ieri, esclama Francesca. Farabutto. Ti sei scippato la serata e ne hai fatto parole.
– Quello che so fare.
– Parole. Quando la vita è, niente. Prenderne le distanze. Poi, quando si dissecca, quando la puoi impagliare, quando la puoi configgere con uno spillo, come una farfalla, e spiaccicarla sul muro, e così conservarla e guardarla, allora sì, anche la vita ti va bene.
Giulio si alza e si mette a girare per la stanza, poi esclama sconsolato rivolto a una finestra: – Non è sempre facile vivere.
Francesca si alza anche lei e lo segue incalzando: – Ed essere se stessi.
Giulio: – E non farsi del male.
Francesca: – E rischiare di dire le proprie parole. E smettere di recitare un copione vuoto. Un vuoto guscio d’esistenza.
Giulio: – Il solo che io sappia indossare.
Francesca: – Il solo che tu voglia indossare.
Si guardano muti per un attimo come due attori che, finite le battute del copione, non abbiano più niente da aggiungere.
Devi sapere, caro lettore, che disquisizioni di questo tipo non erano infrequenti tra loro. E non approdavano quasi mai a nulla. Francesca rimaneva sempre delusa. Le sembrava che Giulio sfuggisse a qualsiasi confronto. Ed effettivamente era così. Giulio non gradiva quei discorsi. Anche adesso infatti si rifugia provocatoriamente vicino a Monica e, mentre Francesca continua a chiedersi perché non riescano a comunicare, lui ridendo sta dicendo all’amica: – Poche volte ho goduto di un panorama così bello! Adoro le scollature molto profonde. E anche quello che c’è sotto. Seni enormi, da perdercisi dentro. Come un bambino che succhia il latte.
Francesca si avvicina. Si sdraia sui cuscini e comincia ad accarezzare i capelli di Giulio. Lo guarda e commenta perplessa: – Ma non dicevi che ti piacevano i miei seni piccoli e sodi, che ti piacevano le camicette accollate da sbottonare piano piano? Allora raccontavi bugie?
– Non ho mai detto bugie. Mi piacciono queste e quelle. Che colpa ho io se tutte le donne sono diverse? Se ce ne fossero di un solo tipo me ne basterebbe una sola. Così invece sono nell’imbarazzo.
Francesca scuote il capo e si alza perplessa:– Quando devo partire sono sempre preoccupata. Vado a vedere cos’ho dimenticato. D’altronde sembra che non abbiate bisogno di me.

Nella sua stanza fruga tra le cose che ha già sistemato. Intanto arriva Giulio e si appoggia allo stipite della porta. In silenzio la guarda armeggiare nella valigia, poi commenta: – Dunque domani parti!
– È il lavoro, farfuglia Francesca laconica, senza sollevare la testa.
Giulio gira qua e là per la stanza poi, passandosi una mano tra i capelli, prosegue con un certo imbarazzo: – Ieri sera ho perso un’occasione?
Francesca non gli risparmia un gelido: – Se è per questo anche oggi.
Giulio insiste: – Un’occasione che può non ripetersi?
Francesca sorride: – Questo non lo so.
Giulio la guarda: – Mi è difficile capire le condizioni che poni.
– Io non pongo condizioni.
– E invece ho la sensazione che tu le ponga. Ho questa sensazione. E mi preoccupo. Mi sento inadeguato.
– Inadeguato? Forse. Tu vuoi solo le cose più semplici. E ti proteggi con le parole. Spogli le cose della loro vita perché solo così le riesci ad afferrare. Un uccello impagliato. Una farfalla trafitta. La notte dell’inautentico.
– Francesca, che idee hai di me!
Entrambi, lanciati in un inesorabile botta e riposta, continuano a fiorettarsi con le parole.
Francesca: – No, voglio dirti quello che penso. I colori del giorno ti acciecano. Stringi tra le mani luce e ne fai tenebra. Stringi tra le mani cose e ne fai spezzoni di teatralità. Sei fatto di parole e di celluloide.
Giulio: – Francesca, non sei gentile!
Francesca: – La gentilezza non ha mai fatto bene alla salute. Lasciami dire. Noi parliamo lingue diverse. Se anche ci avvicinassimo sarebbe come avvicinare due stelle di qualche chilometro. Resterebbe sempre una distanza di anni luce.
Giulio: – Ti dev’essere restato sullo stomaco il peperoncino.
Francesca: – Vorrei cambiarti ma non posso. Nessuno riesce a cambiare nessuno.
Giulio: – Quali sono le tue condizioni?
Francesca: – Non credo tu sia ancora maturo.
Giulio: – Maturo non sarò mai, casomai marcio.
Francesca: – Potresti trovare strade nuove.
Giulio: – Gli spazi iperurani mi spaventano. Sono un terrestre. Diciamo che è la mia dimensione.
Francesca: – Ci sono anche altre dimensioni. Se restituiamo i colori alla realtà, se ci mettiamo nudi… Le cose migliori si fanno quando si è nudi nel corpo e nell’anima.
Giulio: – Nudi si è indifesi. Non sono sicuro che la mia anima ti piaccia.
– Hai paura? chiede (e afferma) la voce di Francesca alle sue spalle.
Giulio continua a contemplare il buio al di là della finestra, poi sussurra: – Forse. Nella vita le cose sfuggono sempre.
– Nella vita cominci e non sai dove vai a finire. È la vita che sfugge di mano.
È il massimo che Francesca abbia mai ammesso. Sorride, e riprende a trafficare con la sua valigia.

La stanza di Francesca è grande e luminosa. Due ampie finestre con tendine ricamate la fanno somigliare alle stanze del Nord assetate di luce. Un letto e un divano completano l’arredamento. A terra una gran quantità di tappeti e cuscini. Francesca passa dalla stanza all’attiguo guardaroba selezionando gli indumenti e fermandosi ogni tanto pensierosa.
Sulla porta Giulio continua a osservarla senza parlare. Lei lo guarda e gli si avvicina carezzandolo. – Quand’ero piccola avevo un orsacchiotto che si chiamava come te. L’orsacchiotto Giulio. Era il mio preferito.

Giulio: – E cosa facevi con l’orsacchiotto Giulio?
Francesca: – Niente. Dormiva vicino a me. Di solito.
Giulio: – Perché di solito?
Francesca: – Talvolta prendevo altri orsacchiotti.
Giulio: – E l’orsacchiotto Giulio?
Francesca: – Lo facevo sedere vicino alla finestra. Però tra tutti gli orsacchiotti era il mio preferito. L’unico a cui non ho tolto mai la testa per vedere che cosa c’era dentro.
Giulio: – Perché, avevi quest’abitudine?
Francesca: – Sì, mi piaceva vedere cosa c’era dentro le bambole o negli orsacchiotti. Ho sempre avuto una particolare inclinazione per la conoscenza.
Giulio: – Anche a costo di rompere i giocattoli?
Francesca: – Anche a costo di rompere, tout court.
Giulio: – Spero di non fare la fine dei tuoi orsacchiotti!
Francesca: – Tu sei l’orsacchiotto Giulio.
Giulio: – Sono lusingato. (Sorride e la aiuta a piegare un maglione).

Francesca esce dalla stanza e raggiunge l’amica: – Ti prego, ho un sonno tremendo. Lasciatemi andare a dormire. Domani non riuscirò a svegliarmi.
– Tuo marito quando ritorna? – chiede Monica.
– Ci vedremo a Kiruna, penso. Adesso è a Buenos Aires per un convegno.
Si avvicinano alla porta. Monica abbraccia l’amica e le raccomanda di lasciare acceso il telefonino. Giulio si infila il soprabito e la abbraccia. La porta si chiude ed escono. Scendono le scale. Monica, rivolta a Giulio, chiede: – E noi adesso che cosa facciamo? Hai voglia di andare al mare?
Decidono di andare a Grado.

(omissis)

(pp. 207-209)

All’improvviso il sole

A pensarci bene la maggior assurdità di queste vite che pretendiamo di vivere è il loro falso contatto. Orbite isolate, ogni tanto due mani che si stringono, cinque minuti di chiacchiere, un giorno alle corse, una notte all’opera, una veglia mortuaria davanti alla quale tutti si sentono un po’ più uniti, ed è vero, ma tutto finisce nel momento della saldatura. E intanto uno vive convinto che gli amici siano lì, che il contatto esista, che gli accordi o i disaccordi siano profondi e duraturi.
Come ci odiamo tutti quanti senza sapere che l’affetto è la forma presente di quest’odio come la ragione di quest’odio profondo è questo decentramento, questo spazio incolmabile tra te e me, tra questo e quello. Ogni affetto è un colpo d’artiglio ontologico, un tentativo di appropriarsi dell’inappropriabile.

da “Il gioco del mondo” di Cortazar

Temporale, quella notte, a Marostica. Lampi e fulmini. Sandro affacciato alla finestra rimane a lungo a guardare. Le luci vanno e vengono in una danza spettrale. La sigaretta in bocca, un bicchiere mezzo vuoto nella mano, Sandro pensa a una vita arrischiata, a un’esistenza in cui l’emozione faccia da padrona. Non così nella sua vita. La routine è la condizione naturale, la noia il pane quotidiano; la suspense la trova solo nell’artificiale. Emozioni virtuali, scariche di adrenalina che una pellicola sopra le righe gli elargisce, per lasciarlo poi al quieto passare senza sussulti del tempo, al lento traghettarsi per un cammino senza curve e imprevisti.
La notte trascorre così. Anche Zark soprassiede ai suoi eccessi e si acciambella sotto il tavolo. Sandro decide di mettere una coperta in più sul suo letto, perché nella sua casetta il freddo di fine dicembre comincia a pungere per davvero.
Nella tarda mattinata un sole stupendo riesce infine a bucare la fitta coltre di nuvole e promette per un po’ bel tempo. Un suono di clacson, insistente, allegro, eccessivo. Sandro si affaccia alla porta. L’aria è fredda e perfettamente nitida, lavata dal temporale della notte. Davanti a lui la BMV metallizzata di Monica.
– Dove la posso parcheggiare? grida Monica aprendo la portiera e facendo vedere un ampio tratto di gambe sbucate tra la pelliccia aperta e una minuscola gonna di pelle.
– In una cassaforte, fa Sandro avvicinandosi all’automobile. Ma perché non sei venuta in moto?
– Con questo freddo? E poi l’automobile ci potrà servire.
Sandro prende il bagaglio di Monica e le fa strada. – Ti dovrai accontentare, Monica. Questo non è il tuo appartamento.
Monica entra e comincia a guardarsi in giro. – È una casa graziosissima. Piccola ma deliziosa. E quante piante! Adoro le piante grasse.
Sandro un po’ impacciato fa gli onori di casa e in cuor suo vorrebbe che la sua casetta fosse molto più grande e più bella per accogliere lo splendido sorriso che Monica gli sta elargendo.
Monica intanto s’è seduta sulla poltrona, s’è tolta la pelliccia, rimanendo con un piccolo cardigan rosso allacciato in vita e la sua microgonna nera.
– Avrai freddo, sentenzia Sandro.
– Mi cambierò più tardi, soprassiede Monica, prima vorrei riposarmi un po’. Calcia le scarpe, si rannicchia, accarezza il gatto che si è avvicinato in perlustrazione, chiede a Sandro di prepararle del tè. – Hai pensato a dove si potrebbe andare? chiede poi.
– No, risponde Sandro dalla cucina.
– Vista la stagione, direi le Maldive, che te ne pare? In agenzia mi trovano di sicuro un pacchetto anche all’ultimo minuto, e per di più scontatissimo.
– Non se ne parla nemmeno, fa Sandro deciso. Se devo essere sincero, l’idea di prendere un aereo e di catapultarmi in un mondo diverso mi angoscia.
– Davvero?
– Ti dirò di più, continua Sandro incoraggiato dal trovare Monica stranamente comprensiva. Intanto sono un professore squattrinato, e poi, quando mi hai parlato di un viaggio, non ti ho detto di no, ma in cuor mio speravo che ti fermassi a casa mia.
– Ma perché? Il mondo è bellissimo.
– Proprio per questo. È troppo bello. Mi farebbe del male. Troppa luce, troppi colori. A me basta poco per essere felice.
– E sei felice?
– Uno può essere definito felice solo alla fine della sua vita, dicevano gli antichi. Nell’attesa però, adesso che ti vedo, mi sembra di avvicinarmi abbastanza a quella condizione.
– Sono contenta di farti quest’effetto, Sandro.
Sandro con le tazze di tè in mano e due fette di torta si avvicina. Si ferma per qualche istante impacciato, non sapendo dove mettere il tutto, ma Monica interviene pronta, prendendogli di mano le tazze e appoggiandole su un piccolo tavolino d’angolo. Sandro si accoccola sul tappeto vicino alle gambe di Monica.
– Ehilà! Che confidenze! Esclama Monica allontanando la mano di Sandro che si sta inerpicando come per caso sulle sue gambe.
– Pensavo che dopo quella volta…
– Quale volta? chiede Monica. Non mi ricordo.
– A San Floriano, continua ingenuamente Sandro.
– Perché, è successo qualcosa a San Floriano? Non ricordo che sia successo nulla di significativo.

Le parole blu

copertina le parole blu

Amore slow food e amore nel mondo classico sono gli ingredienti di due racconti “Socrate e le donne” e “L’amore secondo Francesca” che coniugano l’entusiasmo del pamphlet con la vivacità del dialogo, la precisione dei dati storici con l’attenzione per il mondo attuale

PREMIO GOLFO DI TRIESTE 2013

Alcuni racconti

Da: Socrate e le donne
Da: L’amore secondo Francesca

Recensioni

Mary Barbara Tolusso: Parole blu vuol dire donna
Marina Silvestri: Le parole blu di Marina Torossi Tevini
Giovanna Mozzillo: Le parole blu di Marina Torossi Tevini

Presentazioni

Libreria Lovat: Edda Serra, Marina Silvestri
Club lettura Cividale: Giuseppe Raffaelli
FIDAPA: Carla Guidoni, Irene Visintini
Poesia e solidarietà: Gabriella Valera Gruber