Le lumache

scultura ValbrunaChissà se poteva uscire dalla stanza. Si guardò intorno. Nel corridoio niente fili di bava. Le lumache non erano ancora passate. In fretta si vestì ed uscì dalla sua stanza. Ma subito, arrivato a metà corridoio, cominciò ad invischiarsi, a scivolare, a retrocedere. Anche là avevano chiuso il passaggio. Tornò sui suoi passi con rabbia.
Forse avrebbe potuto passare dallo studio. Passò dalla porta comunicante nello studio e da quella nel salotto. La strada sembrava pulita. Poi, improvvisamente, sulla poltrona, semisdraiate, con le mani sul grembo e la testa ritta piena di bigodini, le lumache. Due enormi lumaconi sorridenti che lo aspettavano, così pareva.
Indietreggiò, arretrò, ma non c’era alcuna via di fuga. Doveva salutare, sedersi e rimanere qualche ora in loro compagnia. Le lumache lo accolsero con lunghi gridolini di gioia e lo avvilupparono nella loro schiuma. Erano felici di averlo là, non volevano che si annoiasse.
No, non si annoiava affatto, era venuto in salotto per vederle. Volevano che accendesse la televisione?
Le lumache accennarono di sì con entusiasmo. Come sempre. A tutto volume.

Si era svegliato. Si guardava attorno. La stanza del sogno. Si vestì con cura, senza fretta.
Non aveva voglia di appurare se il corridoio fosse o no praticabile. Era la sua vita che non era praticabile.
Usciva, si sa, e rientrava, ma il cerchio della sua libertà si stava assottigliando.
Un tempo non gli era neppure dispiaciuta la sua condizione di eterno ragazzo, con la madre a rimboccargli le coperte e a portargli la colazione a letto.
Ma ora aveva quasi quarant’anni. E non aveva mai avuto una casa che fosse solamente sua, una vita che fosse come lui la voleva. Da un po’ di tempo era venuta ad abitare con loro la zia rimasta vedova. Era strano, ma anche sua madre, con in casa quella presenza che in qualche modo la riportava agli anni della sua giovinezza, era in un certo senso cambiata.
In due i loro difetti si esaltavano. Im¬ponevano con più ostinazione le loro idee. Avevano finito col riempirne la casa .
Avrebbe voluto andarsene. Ma dove? La sola idea di farlo lo sgomentava. Forse in tutti quegli anni era diventato indolente. L’indipendenza ha i suoi costi. E non soltanto economici. Bisognava avere un certo ordine, la voglia di fare la spesa e di stirarsi una camicia. Oppure bisognava trovare una donna che rappresentasse per lui più di quello che era stata sua madre. Era possibile questo? Una donna che gli dicesse sempre sì, che lo considerasse il migliore, che non vedesse i suoi difetti, se non per accettarli comunque. Difficile! E allora non poteva che accettare chi gli poneva le sue condizioni, stritolato da quelle abitudini, da quei legami. Non poteva che restare avviluppato nella rete a cui sua madre l’aveva in un certo senso destinato quando nella sua adolescenza gli aveva detto troppi sì, l’aveva viziato troppo, aveva esaudito ogni suo desiderio prima ancora che lo esprimesse e, così facendo, gli aveva tolto la voglia di buttarsi da solo nella mischia, di cimentarsi con rabbia, di contare soltanto sulle sue forze. L’aveva castrato in un certo senso nell’animo. Per il resto, la massima libertà, la massima comprensione. Facesse pure quello che voleva, purché nessuna fosse davvero importante, purché fosse solo divertimento, purché restasse lì.

Ogni scelta in fondo non lo è, perché i fili che altri hanno tessuto non consentono molte chances. A poco a poco da allegro era diventato insopportabilmente noioso. Aveva anche lui inventato le sue manie da contrapporre a quelle delle due donne e si aggrappava tenacemente ad esse. Un velo di apatia e di oscuro malcontento si frapponeva tra lui e la realtà. I suoi amici e le sue amiche avevano una vita migliore. Li invidiava e senza accorgersene si allontanava da loro. Poi si lagnava se nessuno si ricordava di telefonargli per il suo compleanno.
E anche la paziente Susy, che pure l’aveva sopportato per tanti anni, stava prendendo le distanze. Non era un caso che quella sera come altre avesse staccato il cellulare.
Cambiare, sì, radicalmente. Andarsene forse. Scomparire. Sempre più spesso questi pensieri passavano e ripassavano nel suo cervello, vi stazionavano come un incubo.
Un giorno decise. Vuotò il conto in banca, prese con sé poca roba, scelse una méta esotica perché gli era sempre piaciuto stare al caldo.
Via da tutto. Lo cercassero pure. Mettessero pure la sua foto tra quelle degli scomparsi in quel programma televisivo in cui i parenti piangono e sembra che chi se n’è andato non abbia mai avuto un buon motivo per farlo.
Via da quella vita, da quella prigione! Via! Mentre l’aereo decollava sentì un senso di liberazione misto a un disagio sottile, come se stesse perpetrando un tradimento.
Ma non ci voleva pensare. Cominciava una nuova vita. Questo lo elettrizzava e lo riempiva di speranza. Quando la hostess si chinò su di lui per porgergli un caffè pensò a sua madre. Pensò che la fuga non era una soluzione. Sua madre avrebbe sofferto, forse non lo avrebbe mai perdonato, non avrebbe capito, non avrebbe potuto capire, lei era sempre stata in buona fede, purtroppo.
La barba lunga, gli occhi stralunati, qualche giorno dopo bussò alla porta di casa.

m.t.t da Il migliore dei mondi impossibili

2 thoughts on “Le lumache

  1. carlo gabbi

    Purtroppo sono troppi coloro che non sanno prendere una direzione giusta nella loro vita e sono naufraghi ancor prima di iniziare un viaggio di speranze!

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