Lo schiavo

fico d'indiaNon era molto convinto che fosse una grande idea, ma sua moglie insisteva. Ce l’avevano tutte le sue amiche, insomma, in un momento di intimità gli aveva strappato una promessa che ora si sentiva in dovere di mantenere.
Lo sceglierò io però, aveva detto, almeno voleva essere sicuro di lasciare sua moglie in buone mani. Aveva preso qualche giorno di ferie. E si era messo alla ricerca.
Non che fosse difficile. Anzi. Neapolis, in quella primavera del duemilacinquantuno, pullulava di gente di tutte le razze che continuavano a riversarsi in Europa come sulla terra promessa. Ce n’erano molti del Nordafrica, parecchi dell’Africa centrale, degli Asiatici. Edoardo era indeciso tra gli orientali con il loro fascino millenario e gli aitanti rappresentanti del Nordafrica islamico. Erano i più richiesti e, come potè apprezzare in quelle mattine di libertà, parecchie amiche di Melania passeggiavano già con qualche bel negretto al seguito.
«Mi raccomando, che conosca l’inglese», aveva detto sua moglie, «così faccio un po’ d’esercizio e che sia una persona di cultura». Non c’era che l’imbarazzo della scelta. Molti erano anche laureati. Ne prese con sé tre o quattro, lasciando la scelta finale a sua moglie. Melania, appena lo vide sbucare con il suo seguito, gli corse incontro felice, «non speravo che saresti stato di parola- disse – hai fatto un’ottima scelta. Ora li sottoporrò a delle prove». Optò per quello che la massaggiava meglio, che sapeva fare degli ottimi croissantes e che nella lista della spesa non aveva dimenticato nulla. «Sarà un’ottima compagnia» disse.
I figli ormai grandi, il marito sempre al lavoro, Melania era caduta, come tante sue amiche, in una cupa depressione. Era lontano il tempo in cui le donne avevano voluto lasciare il ruolo tradizionale di angelo del focolare e si erano gettate a capofitto nel lavoro. Era durato qualche decennio, non di più, l’entusiasmo. Se ricordava bene quello che aveva imparato a scuola, dalla metà del ventesimo secolo alla fine poi, già ai tempi di sua nonna, era iniziato un ripiegamento. Le donne avevano iniziato a essere malcontente, a rimpiangere il passato, a lamentarsi della quotidiana fatica. E mentre loro si chiedevano se quella che non sembrava più una gran conquista ma una dura necessità non fosse da buttare e non fosse meglio la tradizionale spartizione dei ruoli che dava più spazio alla vita e più valore al tempo, intanto il mondo economico aveva già deciso. La crisi che serpeggiava da anni, negata da tanti colpevolmente, era esplosa. Chi aveva un lavoro era costretto a orari sempre più pesanti, i tempi della pensione si allontanavano, lo Stato che un tempo distribuiva sussidi a piene mani ora non era disposto a dare neppure una pensioncina corrispondente ai contributi versati. Le giovani donne che avrebbero voluto lavorare difficilmente trovavano qualche impiego. Questa situazione aveva portato molte donne della generazione della mamma di Melania e di quella di Melania stessa a rimanere a casa. Madri, mogli e basta come in un novello ‘800.
Ma qualche cosa era cambiato. La vita era diventata troppo facile. Questo era il guaio. E la noia era sempre in agguato. Prendendosi cura dei figli, una parte della vita, anche lunga, era in qualche modo trascorsa; ma i figli crescevano e, prima o poi, si allontanavano, e allora che cosa rimaneva da fare?
Le amiche di Melania avevano avuto l’idea. In fondo era gente disposta a lavorare quasi gratis in cambio di vitto e alloggio e cittadinanza europea. Si poteva avere con sé una fedele compagnia, un intelligente collaboratore, un piacevole divertimento.
Al mattino, quando suo marito era già da un bel po’ al lavoro, Melania si svegliava avvolta dalle timide note di una canzoncina lievemente stonata. Apriva gli occhi. Intanto le imposte erano state aperte e si trovava vicino seduto sul letto il suo “schiavo”.
Per tutta la vita aveva sognato che suo marito avesse il tempo al mattino di sdraiarsi accanto a lei quando era ancora nel dormiveglia e di coccolarla un po’. Invece, sempre di corsa, abituato a essere efficiente anche quando era in vacanza, appena sveglio balzava dal letto e, senza neppure stropicciarsi gli occhi, si metteva subito a lavorare. Si faceva la barba con rumore infernale, sfogliava velocissimo quattro o cinque quotidiani, ascoltava le ultime notizie alla televisione e infine scappava via. E lei rimasta sola sognava che qualcuno le solleticasse la schiena, le accarezzasse i glutei, le massaggiasse le spalle.
Ma adesso c’era Mohammed, che intuiva quello che lei voleva, che a un suo cenno era lì, sempre pronto, sempre a disposizione.
Eccolo là, aveva già preparato la colazione sul terrazzo sapeva fare dei croissantes deliziosi. Poi passavano in palestra dove, mentre Melania correva sul tapis roulant, Mohammed le riassumeva le principali notizie. Proseguivano infine per la passeggiata.
Melania incontrava le amiche ai giardini oppure, quando era la bella stagione, al mare. Spesso davano qualche ora di libertà ai loro “schiavi” per poter chiacchierare lontano da orecchi indiscreti. Le sue amiche raccontavano le avventure più esilaranti, storie piccanti che a Melania piacevano, ma poi, quando veniva il suo turno, si schermiva, diceva che lei mai e poi mai, insomma non ci pensava nemmeno. Era diventata il principale zimbello della compagnia. Non che non ci avesse mai pensato, anzi, le piaceva talvolta soffermarsi su quell’ idea. Quanto a metterla in pratica però… Insomma si lasciava massaggiare, passeggiava con lui chiacchierando, ma si rendeva conto che non riusciva ad “usarlo” davvero. Anzi, cercava di stabilire con lui un rapporto di equità, di rispetto, insomma lo trattava da amico. Per il resto niente, purtroppo. Non aveva niente di piccante da raccontare.

Mohammed aveva una giornata libera che coincideva con la domenica ma per lo più non usciva, almeno al mattino. Se ne stava nella sua stanza, dove si dedicava ai suoi doveri di buon musulmano oppure ascoltava un po’ di musica.
E fu proprio una domenica mattina che, aprendo la porta della sua stanza senza bussare, per portargli un libro che lui qualche giorno prima aveva espresso il desiderio di leggere, potè constatare che il suo efficientissimo marito, alzato già di prima mattina, aveva pensato di fare buon uso dello schiavo che si trovava suo malgrado tra i piedi. Allibita, con gli occhi sgranati, Melania potè vedere il noto membro guizzare tra i denti bianchissimi di Mohammed. Per un po’ rimase come intontita, con un piede ancora nella stanza e la mano sulla porta. Poi si riscosse. Suo marito era troppo indaffarato per accorgersi di lei. Mohammed invece la guardava con i suoi occhi di velluto, visibilmente preoccupato. Che dire? Gli fece un sorriso rassicurante, no, non lo avrebbe licenziato per questo, e chiuse con discrezione la porta.

m.t.t. da Il migliore dei mondi impossibili

2 thoughts on “Lo schiavo

  1. Jean-Charles Largot

    Un po’ scontato ma, simpatico! …e più ancora, “il seguito”! 🙂 Ps: “croissant , croissants”.

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