L’ermafrodito

riflessi

«Le piace ?» Era una domanda superflua perché Sandro se ne stava già da mezz’ora a contemplare il blu profondo di quel quadro, concentrico intorno a un vuoto infinito che dava le vertigini.
Riemerse con difficoltà e si voltò verso le parole alle sue spalle. Vide una bocca un po’ troppo truccata che oscillava sopra lunghe file di collane. Tacchi alti e lunghi capelli neri, un’iperfemminilità esibita che in un’altra persona gli avrebbe dato certamente fastidio. Ma stranamente non la trovò sgradevole.
La pittrice lo conduceva a vedere i suoi quadri, lo prendeva per mano, gli parlava sorridendo. Le altre opere non lo interessavano, seguiva le parole cadenzate come il ritmo dei tacchi della donna con apparente interesse, mentre era ancora intento a recuperare quel lungo momento di spazio mentale dilatato in cui era riuscito a salire e scendere i gradini del suo infinito mentale.
Doveva acquistare quel quadro, portarselo a casa, averlo sotto gli occhi in qualsiasi momento. Contrattò pochissimo. L’avrebbe voluto a qualsiasi prezzo. Nella notte, con il suo tesoro sotto braccio, sentì improvvisamente un senso di inutilità, come se stesse portandosi via qualcosa di inanimato, qualche cosa che aveva perduto la sua parte più vitale.
«Azzurro, blu, sta bene con il colore delle poltrone – commentò sua moglie – lo possiamo mettere vicino al caminetto. Però è spaventosamente caro, che cosa ti è venuto in mente?»
Sandro non volle metterlo nel salotto. Lo portò nel suo studio, lo appese di fronte alla scrivania al posto del ritratto barbuto di un avo. “E’ sprecato – diceva la moglie – passando e ripassando nello studio, contento tu… ma io trovo che qui è proprio sprecato”.
Soddisfatto chiuse la porta. Voleva rimanere un po’ tranquillo. E invece tranquillo non era affatto. Stranamente il quadro lo deludeva . Entrato nella sua casa borghese si era vestito di panni borghesi e ora era là a fare la sua bella figura tra i tanti oggetti senza vita. Chiuse gli occhi, li aprì, li socchiuse. Nulla. Non riusciva a vedere che linee, zone di luce, qualche errore tecnico, colori che stonavano in quella stanza.
Doveva rivedere Miriam, doveva parlarle. Doveva risentire la sua risata, doveva sentir risuonare nel cavo percorso della gal¬leria il ticchettio dei suoi passi.
Al posto del suo quadro era stato messo un altro, più grande, più chiaro. Le luci della sala lo rendevano ancora più luccicante, scaglie di mare di cui gli sembrò per un attimo di sentire l’odore. Miriam era vestita più sobriamente, ma non aveva rinunciato agli stivaletti e ai troppi gioielli. Con una mano inanellata gli accarezzò la nuca, le spalle. Sandro sentì una strana sensazione di benessere, come se il quadro si ricongiungesse in lui a qualcosa che gli era stato strappato. Miriam parlava e par-lava e intanto camminava tra i suoi quadri ed essi diventavano una parte di lei, la completavano.
«Ecco, in questo momento potrei guardare il suo quadro. A casa da solo non sapevo che farmene.»
«Domani chiuderemo la mostra.»
Sandro avrebbe voluto dire «chiudi la galleria e andiamocene, scappiamo via, facciamo qualche pazzia, ho voglia di te, del tuo sorriso, del tuo assoluto, delle tue mani, del tuo profumo.» Invece la guardava e i frammenti incollati nel suo essere borghese scricchiolavano.
«Se mi aiuta a mettere un po’ d’ordine, poi possiamo fare quattro passi». Era l’appiglio che cercava. Uscirono nel buio. L’aria novembrina entrava gelida nella profonda scollatura di Miriam incurante delle brume autunnali. Miriam batteva ogni tanto i piedi che le si cominciavano a gelare e infilava le mani sotto lo scialle. Sandro era sempre stato timido, l’idea di ini¬ziare un rapporto lo metteva in imbarazzo forse perché detestava l’ovvio e si sentiva uno stupido ad adottare le solite procedure scontate. Ma con Miriam fu diverso. Quasi senza parole, senza accordi o circonlocuzioni, senza pensare a nulla si ritrovarono nell’automobile posteggiata in un viale buio di platani.
Che Miriam non fosse una donna, questo Sandro non lo avrebbe mai immaginato. Meravigliato, spaventato, si allontanò veloce dal corpo desiderato. Miriam gli accarezzava con mano comprensiva la nuca perplessa. Un viado, un bellissimo viado, col seno di don¬na, le mani di donna, e quella doppia natura, mostruosamente esibita.
«Scusami, ma non è per me». S’erano congedati quasi senza parlare.
Mentre rincasava Sandro non smetteva di pensare, che avventura, Dio mio, proprio a me, e sì che la mia vita è sempre stata più che normale, orribilmente normale, insomma banalmente normale come quella di tutti. E adesso guarda un po’ che follia aver incontrato quest’iperdonna che poi s’è rivelata non essere affatto una donna.
Non aveva molta voglia di tornarsene a casa a ridire le solite cose, a indossare i soliti vestiti. Frusti. In un bar bevve l’ennesimo caffè della giornata. Mentre rigirava il cucchiaino nella tazzina gli venne da pensare che in fondo quella sorpresa non era del tutto una sorpresa. Già quando aveva guardato per la prima volta il quadro di Miriam aveva avuto per così dire l’impressione che un abisso in cui maschile e femminile si congiungevano vi alitasse, un abisso che attraendolo lo intrigava fino alle midolla. Non era un pensiero rassicurante e subito Sandro lo cacciò com’era solito fare con tutto quello che avrebbe potuto portarlo fuori dai binari rassicuranti in cui era inserita (e da cui era stritolata) la sua vita. Ma tant’è, a lui così andava bene.
Visse i giorni seguenti allontanando con puntuale pignoleria ogni pensiero che potesse riportarlo a quell’avventura. Lasciò che sua moglie sistemasse il quadro in salotto e in cuor suo decise di considerarlo un qualsiasi pezzo dell’arredamento né più né meno della poltrona prediletta o del tavolino di cristallo. Oggetti di una casa borghese che lo accoglievano caldi e complici quando ritornava e chiudeva la porta alle sue spalle. Aggrappato alla sua esistenza tranquilla non voleva più sentire il cuore battere impazzito, lasciava a chi le volesse le extrasistole e le scariche di adrenalina.
Rivide Miriam per caso, a una cena da amici. Per tutta la se¬rata non si dissero che poche parole. Miriam lo guardava, con provocatoria intensità, gli chiedeva di non essere debole, di non fuggire.
Sandro da parte sua si sforzava di sostenere il suo sguardo, si diceva che non aveva nulla da temere, che avrebbero potuto diventare amici. Perché no, gli sarebbe piaciuto conoscere un po’ di più una persona straordinaria e sensibile come Miriam.

La riaccompagnò a casa. Le mani di Miriam sul suo collo, le sue labbra calde che gli mordicchiavano l’orecchio mentre guidava lo spinsero lontano da quel precario ancoraggio in cui s’era in quei mesi rifugiato. Nella macchina posteggiata a caso alitava la vertigine di Miriam. E d’improvviso gli sembrò che la scelta ca¬parbia che si era imposto fosse solo mediocre follia e che la vita vera esistesse al di là dei confini angusti della sua porta di casa. In quella notte, in quel quadro, in quella vertigine. I sensi eccitati si placarono negli anfratti che Miriam gli offriva, nel suo vorticare luminescente, tra le sue mani veloci, nel suo corpo duro e duttile, plastico di ermafrodito.
«Ti senti di più una donna, perché non ti fai operare, tanti l’hanno fatto», parlava e non riusciva a stare zitto Sandro.
Miriam gli accarezzava il collo, astratta, lontana.
«Potremmo amarci, credo che potremmo davvero amarci, se tu fossi una donna…» Parlava e parlava e Miriam intanto gli accarezzava l’attaccatura dei capelli, gli sorrideva stranamente assorta e lontana.
«Perché dovrei rinunciare a una parte di me?» disse infine. «Farmi macellare, ricostruire?»
Felice, sembrava felice Miriam. A guardarla sembrava un po’ troppo felice.
Forse non lo era affatto. O forse sì. Comunque era troppo diversa. Gli metteva paura… Non la doveva rivedere. Era stata solo una notte, da dimenticare, da cancellare, da seppellire nel profondo della sua coscienza. Una notte in cui aveva posseduto come nel delirio di un sogno mitologico un uomo e una donna assieme. Ma quel sogno lo doveva dimenticare. Per sempre.
Con fatica nel tempo riuscì a cancellarne il ricordo. Fu per caso che, qualche anno dopo, leggendo un quotidiano, seppe della fine di Miriam. Ne parlavano come di una prostituta ben nota alla polizia. Era diventata così? Dov’era la Miriam che tacchettava nella sua galleria, che gli carezzava la nuca? Era mai esistita?

Nella sua casa borghese, mediocremente felice, mediocremente insoddisfatto Sandro continuava la sua vita. Talvolta guardava con un brivido il quadro di Miriam. Col tempo aveva imparato ad abbandonarsi lungo quei tratti che scendevano volteggiando nella vertigine e a riemergere senza turbarsi troppo.
Quando aveva paura accendeva una sigaretta.

m.t.t. da Il migliore dei mondi impossibili

4 thoughts on “L’ermafrodito

  1. rinaldo ambrosia

    Bel racconto, interessante il parallelo tra l’abisso del dipinto e la vita di Mirian.
    Bella la chiusa (della serie continuamo a farci del male 🙂 )

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