Poesia contemporanea (3)

Ai giardini pubblici il freddo dell’aria
appoggia la sua parte sbagliata
sulle gemme degli alberi
spuntate fuori stagione, nell’inganno
del sole caldo.
Sotto i rami bassi i merli sono
i ciuffetti neri con una virgola di giallo,
saltano sulle foglie e sull’erba corta.
Ognuno di loro indossa la notte
di una primavera rinviata, di un silenzio.
Con il cibo dell’istinto
io mi accorgo di quanto assomiglio
a loro; dal mio buio riesco a mettere fuori
solo il becco.
(Giovanni Fierro)

Le stagioni della terra
Ci pensi, non ho mai piantato un albero,
non ho mai avuto un figlio.
Tanto assomiglio al mare,
solitario, sterile.
Né un crespo cipresso, né un salice
umido e lento, né un’euforbia
diramata a delta, né un pesco
né un susino né un melo
ho mai fatto crescere, né un ramo
rosa o candido a marzo, né un piccolo
di uomo.
Come l’onda percuote la riva
senza fecondarla, senza lasciarvi
altro che alghe e consunte radici
così –non lo dici ?- io percuoto
la vita.
Eppure l’ho amata, la
terra, ti ho amata.
(Giuseppe Conte da Le stagioni BUR 1988)

aveva cuore, il sufficiente
ma l’anima, oh
quella, era venduta
e ne avvertivi
perfino in bocca
perfino tra le cosce
pallida l’evanescenza,
ammalorata.
(Viola Amarelli da Il cadavere felice, Utopia 2017)

Via
Non mi interessano
paesaggi tropicali
o montagne innevate
andare via
è una categoria dell’anima.

(Antonio Della Rocca)

La Città del Buio

Non ti vedo so bene
che sei qui a portata di voce
dietro soltanto a fragile
parete di caligine e vento
e ti chiamo ti chiamo
ora al mio lato
non aspetterò domani.

Con i sensi offuscati ai guardiani ho lasciato i miei poteri
ho visto la mia pelle appesa a un chiodo bisaccia informe mero scarto
per inseguire ancora la tua traccia aroma soffio etere respiro
più che nuda ti cerco ma non so morire.
Non ti vedo ma di te ho memoria dei tuoi pensieri fini
dei tuoi passi imprudenti nel labirinto dei palazzi
quando il sorriso mascherava timidezza
e le mani indicavano asimmetriche costellazioni
rubate al mantello della notte incise nell’argilla
labbra intonavano note d’incanto siderale
e voci di carole apprese dalle madri all’infinito ripetute
nei cortili della città la città nostra dall’alta ziqqurat
vicoli e androni a intersecarsi fra mercato e giochi.
Non ti vedo e mi manca il tuo sguardo in ascolto
mi manca la parola mai definitiva che interroga la tristezza
del pensiero lo stupore di bimbo alla fioritura del mandorlo
la tua presenza assorta le gambe accavallate
lenta la mano scorre le tavole le righe allineate apprende
e mèmora dell’universo il catalogo aperto
mi manca il germogliare inesausto di domande
la ricerca di una ragione plausibile al venir meno delle stelle
la musica straniata del tuo fiato…
(Marina Giovannelli da Il libro della memoria e dell’oblio, Samuele editore, 2013)

(selezione di m.t.t.)