ALESSANDRO: Finalmente riusciamo a parlare! E tu, miracolo, per ben dieci minuti ti sei astenuta dall’offendermi.
MANUELA: Eh sì.
ALESSANDRO: Che c’è? Non ti vedo entusiasta.
MANUELA: Infatti.
ALESSANDRO: E perché? Io sono contento. Ti preferisco così: gentile, urbana, cortese. Non come quando mi tiravi dietro le scarpe.
MANUELA: Dici che è meglio così?
ALESSANDRO: Certamente!
MANUELA: Beh, in effetti è meglio, sono più tranquilla. Non so però quanto sia meglio per te. Ma forse non ti è mai interessato.
ALESSANDRO: Che cosa?
MANUELA: Che ti amassi.
ALESSANDRO: Certo che mi è interessato. Adoro essere amato dalle donne.
MANUELA: Ecco, vedi. C’è poco da fare. Tu sei così.
ALESSANDRO: Lo sapevi da sempre.
MANUELA: Lo sapevo. Sì, ma. Quello che uno vede e quello che uno vuole vedere non sempre coincidono.
ALESSANDRO: E adesso? Sarai sempre gentile?
MANUELA: Non litigo mai con le persone che non mi interessano.
ALESSANDRO: Mi sembra di non cogliere il nesso.
MANUELA: Scomodiamo Pirandello se vuoi: quello che comunichiamo è sempre così poco, “isolati in un noi che ci duole” vorremmo dirci di più e la sofferenza maggiore è quando non riusciamo a spiegarci con chi amiamo, con gli altri non ha tanta importanza, dopo un po’ci si fa il callo, si soffre di meno, invece, se vogliamo bene a qualcuno, non riuscire a parlare è una vera tortura. E poi non è solo quello, io avrei voluto mangiarti.
ALESSANDRO: Mangiarmi?
MANUELA: Sì! Non mi bastava averti così, pochino pochino, quando c’eri, quando ti andava bene. Insomma ti avrei volentieri inglobato.
ALESSANDRO: Che pensieri antropofagi. Sei pericolosa Manuela. Preferisco le donne che non mi mangiano, ma solo mi assaggiano un poco.
MANUELA: Io non assaggio. O mangio o non se ne fa nulla. Vabbè! Tanto è acqua passata.
ALESSANDRO: Per fortuna, ho corso un bel rischio!
MANUELA: Mi piace quando sorridi.
ALESSANDRO: Ma senti, dimmi, che cosa c’entrano questi discorsi?
MANUELA: C’entrano, sì. Finché t’amavo ero sempre alla disperata ricerca di comunicare. Non ci riuscivo, e m’arrabbiavo, certo, qualche scarpa arrivava anche a te. Ma era un rabbiamore. Quella volta ti amavo. Poi, un giorno, all’improvviso, mi sono svegliata. Ho visto e capito. Non solo con la mente, con la mente capivo anche prima, ho capito col cuore. Ecco, ho detto, avevo un asino in braccio.
ALESSANDRO: Ehi, vacci piano! Riprendi a insultarmi.
MANUELA: Non sono mie parole, un inglesino lo ha detto. Uno scherzo di Oberon e, all’improvviso, quando lo scherzo finisce, la regina Tirana si sveglia, e scopre che ha un asino in braccio, lo accarezza, lo ha infiocchettato. Era solo un discorso metaforico.
ALESSANDRO: Dici che hai visto e capito…
MANUELA: Asina veramente sono stata io che prima vedevo quello che non c’era. Vabbè! L’importante è che ora sia definitivamente guarita.
ALESSANDRO: Guarita? E come hai fatto?
MANUELA: I soliti vecchi rimedi. Intanto ti frastorni di cose, vai di qua, vai di là, ti diverti. Puoi trovare qualcuno con gli occhi castani, e magari un bel sorriso. E poi, quando hai nostalgia di parole, qualcuno che te le dica davvero, mah, questa è dura da sopportare, comunque a tutto ci si abitua.
ALESSANDRO: E serve?
MANUELA: Non serve affatto! È come quando ti danno la Forst e tu vorresti la Spaten o almeno una Beck’s. Non c’è confronto! Continui a soffrire. Comunque è almeno un conforto. Ci sono sempre persone che, visto che tu non le ami, sono pronte ad amarti.
ALESSANDRO: Sì ma perché è finita?
MANUELA: Te l’ho detto. È stato un prodigio. Una mattina all’improvviso mi sono svegliata. Guarita. Ho trovato una specie di atarassica pace. Insomma è andata così. E voilà! Ecco qui la nuova Manuela.